Tumori, alla ricerca dei segreti del sistema immunitario

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Tumori, alla ricerca dei segreti del sistema immunitario

Uno dei grandi obiettivi della ricerca scientifica in ambito oncologico, in cui tra l’altro l’Italia è formidabile, è quello di svelare ogni meccanismo del nostro sistema immunitario in rapporto con il tumore. Da qualche anno, passo dopo passo, si iniziano a capire alcuni di questi processi. Come sempre ci vorrà molta pazienza e costanza.  La giornalista Sara Pero, sul sito de La Repubblica ne ha parlato con Roberto Fiammengo, che si occupa di questo al Centro di Nanotecnologie Biomolecolari dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Lecce e che è tra i principali autori dello studio pubblicato da poco sul Journal of the American Chemical Society, il prestigioso giornale ufficiale della società americana di chimica. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Tumori, verso vaccini terapeutici sempre più efficaci

Sviluppate in laboratorio delle molecole artificiali che consentirebbero al sistema immunitario di ostacolare in modo migliore le cellule malate. Nel team di ricerca anche l’Istituto Italiano di Tecnologia

Istruire il sistema immunitario dei pazienti oncologici a riconoscere le cellule tumorali, per impedire al cancro di ripresentarsi. È questo lo scopo dei vaccini antitumorali terapeutici, un tipo di immunoterapia al quale sta lavorando un gruppo di ricerca internazionale,a cui partecipa anche l’Istituto Italiano di Tecnologia. “Lo sviluppo dei vaccini anticancro si scontra con l’innata capacità delle cellule cancerose di eludere la risposta del sistema immunitario”, spiega Roberto Fiammengo, team leader presso il Centro di Nanotecnologie Biomolecolari dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Lecce e tra i principali autori dello studio pubblicato su Journal of the American Chemical Society. “Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’obiettivo della nostra ricerca: cercare di realizzare una strategia più efficace e mirata per istruire il sistema immunitario del malato a riconoscere le cellule cancerogene e a sviluppare la memoria immunitaria, un passo in avanti che ci consentirebbe di ridurre il rischio di metastasi e recidive”.

“Mimare” il tumore per istruire il sistema immunitario

È ormai nota da oltre 30 anni l’associazione tra una produzione eccessiva o errata della glicoproteina MUC1 e diversi tipi di tumori, come quello del seno, del polmone, del colon-retto, dello stomaco, del pancreas. Per questo motivo negli ultimi anni molti studi hanno cercato di realizzare strategie di immunoterapia efficaci, con l’obiettivo di indurre il sistema immunitario a riconoscere le cellule malate. Una strada certamente promettente, che dovrà però essere ottimizzata. Per farlo i ricercatori hanno realizzato una molecola artificiale – detta antigene – che mima MUC1 in condizioni tumorali: “Abbiamo sviluppato una molecola che ricordasse il più possibile questa proteina alterata – continua Fiammengo -, apportando una piccola modifica nella sua struttura, e abbiamo realizzato delle nanoparticelle d’oro ingegnerizzate che ci consentissero di trasportare l’antigene in maniera più efficiente, riducendo la sua dispersione nell’organismo”.

L’obiettivo del team era cercare di sviluppare una molecola che fosse in grado di essere riconosciuta dal sistema immunitario come pericolosa. Per verificare che questo step dello studio fosse riuscito, il team ha testato l’antigene su dei modelli animali: “Abbiamo condotto una classica campagna di vaccinazione su alcuni topi, somministrandogli l’antigene legato alle nanoparticelle mediante un’iniezione intraperitoneale, facendo tre richiami a distanza di 21 giorni e verificando la presenza di anticorpi specifici contro il nostro antigene nel siero estratto da questi animali”.

Un vaccino per molti tumori

Il passo decisivo e promettente della ricerca, continua Fiammengo, “è stato poi quello di osservare la capacità di questi anticorpi di riconoscere selettivamente tessuti e cellule umane di carcinoma mammario”. Ovviamente la sintesi di antigeni artificiali è una via già percorsa nel campo dei vaccini terapeutici anticancro, “ma questo approccio – fa notare Fiammengo – ha permesso di ottenere un vaccino con caratteristiche nuove che consente di raggiungere una buona stimolazione del sistema immunitario con una dose minore di antigene. La speranza è quella di riuscire a portare avanti questo studio perché se si riuscisse a farlo funzionare sull’uomo, il vaccino antitumorale terapeutico su MUC1 ci consentirebbe di avere sottomano un approccio curativo sulla stragrande maggioranza dei tumori”.

Vaccini terapeutici e preventivi

La strategia messa a punto in questa ricerca potrebbe dunque aprire nuovi orizzonti per l’uso dell’immunoterapia in aggiunta ai trattamenti antitumorali standard nella cura delle malattie oncologiche. Ma negli ultimi anni l’attenzione di alcuni studi è stata rivolta anche all’uso dei vaccini antitumorali preventivi che, come conclude Fiammengo, “vengono utilizzati contro gli agenti infettivi che possono causare alcuni tipi di tumori, come il tumore della cervice uterina nel caso del papilloma virus o il carcinoma epatico nel caso del virus dell’epatite B. A differenza di questi vaccini, nel caso dei vaccini anticancro terapeutici il bersaglio non è un patogeno. Il loro impiego serve a istruire il sistema immunitario a riconoscere e ad eliminare le cellule tumorali in un paziente già malato”.

Sara Pero

Cancro al colon-retto, la prevenzione del futuro passerà dai ‘microbioti’ intestinali

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Cancro al colon-retto, la prevenzione del futuro passerà dai ‘microbioti’ intestinali

Si chiama “microbiota” ed è l’ecosistema di batteri, funghi e virus che abita nel nostro corpo. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine evidenzia una forte correlazione tra il nostro microbiota intestinale e il cancro al colon-retto. Questa scoperta potrebbe inaugurare nuovi scenari per la diagnosi precoce di questo tumore, che ancora oggi è considerato molto pericoloso. Certo ci vorrà tempo, ma la ricerca non si ferma mai, e passo dopo passo, avanza sempre. Lo studio, tra l’altro, è stato coordinato dal Dipartimento di Biologia Cellulare (CIBio https://www.cibio.unitn.it/13/about-us) dell’Università di Trento. Il quotidiano la Repubblica, in un articolo di Davide Michielin, ne parla intervistando proprio il coordinatore della ricerca, l’italiano Nicola Segata. L’Italia è sempre tra le nazioni migliori al mondo nel campo della ricerca oncologica. Buona lettura.

Carlo Buffoli

L’avvento della genomica ha segnato una decisa accelerata nello studio del microbiota, il complesso ecosistema di batteri, funghi e virus che abita buona parte del nostro corpo. Il legame tra noi e loro è inevitabilmente stretto, talmente intimo da influenzare reciprocamente la salute della controparte. Una nuova conferma di questo dogma arriva dallo studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine da un team internazionale di ricercatori coordinati dal Dipartimento Cibio dell’Università di Trento. I risultati evidenziano, infatti, una forte correlazione tra la composizione del microbioma intestinale – che comprende non solo i microrganismi ma anche i loro prodotti – e il cancro al colon-retto, una delle più comuni neoplasie di natura maligna che si sviluppa a partire da gruppi di cellule della parete interna della parte finale dell’apparato digerente. Sebbene le cause non siano ancora del tutto note, nelle forme non ereditarie – che sono la maggioranza – la componente genetica può spiegare solo in minima parte l’incidenza. Altri fattori che giocano un ruolo nello sviluppo della malattia sono le abitudini alimentari e lo stile di vita.

Tramite un approccio che mescola genomica, statistica e intelligenza artificiale, i ricercatori hanno analizzato un migliaio di campioni fecali prelevati da popolazioni molto diverse: dagli Stati Uniti al Giappone passando per Canada, Cina, Italia e altri Paesi europei. “Il sequenziamento massivo del materiale genetico presente nei campioni ci permette di identificare, tramite avanzati metodi bioinformatici, organismi e geni microbici presenti nel microbioma intestinale” riassume il bioinformatico Nicola Segata, coordinatore dello studio. Nei campioni fecali delle persone affette da cancro al colon-retto è stata osservata la presenza di un insieme di batteri marcatori della malattia, in primis il Fusobacterium nucleatum che era già stato associato alla malattia. Ma anche una decina di altri batteri che rafforzano l’associazione. “L’aspetto interessante è che l’insieme dei batteri fortemente associati al carcinoma del colon-retto è lo stesso in popolazioni distinte che hanno solitamente un microbioma intestinale abbastanza diverso” prosegue Segata. Ma non sono solo i microrganismi a essere associati al cancro al colon-retto. I ricercatori hanno scoperto che il microbioma delle persone malate è ricco di copie di un gene che codifica per un enzima (cutC), coinvolto nella produzione di trimetilammina. Questa molecola è stata associata da alcuni studi a un rischio più elevato di sviluppare il cancro al colon-retto.

La scoperta di una forte correlazione tra il microbiota intestinale e il cancro al colon-retto potrebbe inaugurare nuovi scenari per la diagnosi precoce. «Il fatto che il microbioma rilevato nelle feci sia altamente predittivo per la presenza della malattia è importante perché, combinato con altri esami come quello del sangue occulto nelle feci, potrebbe aumentare l’accuratezza diagnostica dei test non invasivi» sostiene il bioinformatico. Tuttavia, i tempi non sono ancora maturi per ipotizzare strategie terapeutiche mirate. “Questo lavoro dimostra la correlazione tra microbiota e carcinoma al colon-retto, non il nesso di casualità che dovrà essere stabilito da studi successivi” frena Segata. “Sebbene si sia visto per altri tumori che la composizione del microbioma è in qualche misura collegata con l’efficacia dei nuovi approcci immunoterapici, è ancora troppo presto per pensare di agire direttamente sul microbioma per migliorare le terapie esistenti”.

Davide Michielin

Tumore della prostata, 4 anni di vita in più per i casi gravi

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Tumore della prostata, 4 anni di vita in più per i casi gravi

Oggi a Barcellona, nell’ambito del congresso europeo di urologia, si è parlato di tumore della prostata. Negli ultimi 5 anni vi sono stati importanti passi avanti nel modo di affrontare questo tumore, il primo nell’uomo per diffusione. Ma la cui mortalità è in decisa diminuzione. Questo grazie alla ricerca, che ha scoperto come intervenire nei vari stadi della malattia quando raggiunge le forme gravi: sia prima che diventi metastatica, sia durante la fase metastatica. Naturalmente resta assolutamente fondamentale la prevenzione e l’attenzione alla propria salute da parte degli uomini. 

Negli ultimi 5 anni, grazie alla disponibilità di farmaci innovativi più efficaci e tollerati, il percorso di cura dei pazienti con tumore alla prostata metastatico è stato rivoluzionato: oggi la terapia è estremamente personalizzata e così la sopravvivenza dei malati più difficili è aumentata da trentasei mesi a quasi cinque anni[1], con un miglioramento senza precedenti della qualità di vita. Merito soprattutto di farmaci come abiraterone, che ha allungato di quasi due anni l’aspettativa di vita dei pazienti con metastasi già alla diagnosi, e apalutamide, che in pazienti ad alto rischio di svilupparle ne ritarda la comparsa di circa due anni


Barcellona, 16 marzo 2019 – Aumentano fino a cinque anni la speranza di vita, anche nei casi più gravi: in pochissimo tempo, attraverso le innovative terapie ormonali ‘chemio-free’, le prospettive dei pazienti con tumore alla prostata metastatico o ad alto rischio di metastasi sono infatti radicalmente cambiate, con risultati non comuni nell’ambito dell’oncologia, dove gli avanzamenti delle cure si misurano solitamente in settimane o pochi mesi di vita. Oggi invece i pazienti, anche i più complessi con diagnosi contemporanea di tumore alla prostata e metastasi[1], non solo hanno un’alternativa terapeutica alla chemioterapia, con tutti gli effetti collaterali che questa comporta, ma in base ai dati emersi hanno guadagnato anni di vita di qualità: da 36 mesi di sopravvivenza, con la tradizionale terapia ormonale, a una speranza di vita di poco meno di 5 anni. Lo sottolineano gli esperti in occasione del 34° Congresso dell’European Association of Urology, in corso a Barcellona fino al 19 marzo, specificando come grazie alla terapia ormonale con abiraterone i pazienti metastatici già alla diagnosi abbiano guadagnato circa due anni di vita in più, mentre un altro farmaco come apalutamide, anche questo sviluppato da Janssen, ha dimostrato come nei malati senza metastasi ma con un alto rischio di svilupparle, può ritardare di circa due anni la comparsa delle metastasi, permettendo ai pazienti di mantenere più a lungo una buona qualità di vita[2]. Grazie alla massima individualizzazione dell’approccio terapeutico e alla maggior efficacia del nuovo armamentario terapeutico, oggi sono possibili terapie personalizzate ‘in sequenza’, specifiche per ogni stadio della malattia, che ritardano il ricorso alla chemioterapia e soprattutto aggiungono anni di vita di buona qualità anche nei casi più difficili.

“Oggi l’obiettivo della ricerca è avere più armi terapeutiche diverse, in modo da anticipare sempre più i trattamenti nelle fasi più precoci della malattia – spiega Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia –. Riuscirci è cruciale, perché può migliorare in maniera netta la prognosi del paziente”.

“Grazie alle nuove conoscenze sulle caratteristiche dei tumori, alle nuove possibilità diagnostiche e ai numerosi trattamenti innovativi che si sono man mano resi disponibili negli ultimi anni – osserva Sergio Bracarda, direttore della S.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni – per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico lo scenario è oggi del tutto diverso rispetto a pochissimo tempo fa ed è tuttora in continua, rapidissima evoluzione come in pochi altri settori dell’oncologia. Abbiamo infatti assistito a un decisivo incremento della speranza di vita: la sopravvivenza dei pazienti con metastasi all’esordio è passata in poco tempo da 36 mesi a quasi cinque anni e le novità sono continue, tanto da poter definire oggi il tumore prostatico come un’area in cui la dinamica di crescita delle conoscenze biologiche e degli approcci terapeutici innovativi supera quella del tumore al seno. Ora è possibile iniziare a pensare di poter personalizzare le scelte terapeutiche in modo estremamente preciso, consentendo una prognosi migliore anche ai pazienti più complessi, per i quali tutto questo si traduce in un aumento della durata e della qualità di vita”

Una delle innovazioni che ha consentito questo ‘cambio di passo’ è l’arrivo in clinica della terapia ormonale con abiraterone, che ha rivoluzionato le prospettive dei pazienti con carcinoma prostatico metastatico già alla diagnosi: nel nostro Paese si tratta di circa il 10 % dei casi, ma in Asia per esempio si sfiora il 60%.

Fino a poco tempo fa in questi casi la speranza di vita era molto bassa, oggi abiraterone associato alla terapia ormonale di deprivazione degli androgeni ha dimostrato di aumentare di ben 17 mesi la sopravvivenza rispetto all’uso dei soli farmaci per il blocco degli androgeni.

“Un risultato di rilievo, perché significa allungare la speranza di vita da tre a poco meno di cinque anni – interviene Cosimo De Nunzio, urologo dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma – Inoltre, il farmaco ha aumentato da 16 a 47[3]mesi il periodo senza un peggioramento della sintomatologia dolorosa legata alla malattia: questo significa che i pazienti hanno potuto trascorrere circa due anni e mezzo in più senza che il tumore comportasse un incremento del dolore e garantire, oltre a un aumento della vita media, anche un miglioramento consistente della qualità di vita. La terapia con abiraterone oltre a essere meglio accettata dai malati rispetto ad un trattamento chemioterapico, comporta un minor carico di effetti collaterali, anche nel lungo periodo: gli ultimi dati dello studio Latitude, che ha seguito 1200 pazienti per quasi cinque anni, mostrano infatti che nel tempo non c’è un incremento sostanziale del rischio di eventi avversi”.

Inoltre, l’impiego di abiraterone non preclude il ricorso ai chemioterapici nelle fasi successive della malattia: tutto questo consente perciò un nuovo paradigma di trattamento, per dare a ciascun paziente la terapia più opportuna per la condizione clinica in cui si trova. Ciò è possibile anche grazie ad apalutamide, terapia ormonale innovativa già approvata in Europa, in una fase ancora più precoce della malattia, ossia nei pazienti senza metastasi ma con un elevato rischio di svilupparle: il farmaco ha dimostrato di allungare di circa due anni il tempo libero da metastasi e con una buona qualità di vita, senza dolore e può consentire una terapia ‘in sequenza’ più efficiente[4].

“La possibilità di avere terapie differenti a seconda della fase della malattia permette al curante di modulare il trattamento e al paziente di godere dei benefici di più opzioni terapeutiche – conclude Walter Artibani–. L’introduzione di apalutamide va sicuramente in questa direzione, lasciando aperta la via all’utilizzo di più opzioni terapeutiche nelle fasi successive della malattia. Così, grazie alla ricerca, la cronicizzazione della neoplasia prostatica in progressione sta diventando un obiettivo sempre più vicino e solido”.

Carlo Buffoli

Arriva la Car-T 2.0: stessa efficacia ma minori effetti collaterali

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Arriva la Car-T 2.0: stessa efficacia ma minori effetti collaterali

I ricercatori della University of Southern California hanno condotto un trial clinico di fase 1 su 25 pazienti con linfoma refrattario a cellule B, utilizzando la versione rivisitata della Car-T, basata su una una provvidenziale modifica del recettore antigenico chimerico (Car). I dettagli dello studio sono piuttosto complessi, ma  a noi basta sapere che la nuova molecola usata come recettore (chiamata CD19-BBz(86)) posizionata sulle cellule immunitarie produce livelli inferiori di citochine e rallenta la proliferazione delle cellule.

“Sindrome da rilascio di citochine” o “tempesta citochinica”.  Con queste definizioni viene descritto l’effetto collaterale più temuto dai pazienti che si sottopongono alla terapia Car-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell), la rivoluzionaria procedura basata sul rinforzo del sistema immunitario che rappresenta una nuova speranza di cura per alcuni tipi di linfomi e leucemie. La tempesta citochinica consiste in un’”intossicazione” che può compromettere il funzionamento di molti organi ed essere potenzialmente fatale. Ora, gli autori di uno studio appena pubblicato su Nature Medicine annunciano di avere messo a punto una versione più sicura della terapia Car-T che, allontanando il rischio di conseguenze gravi, potrebbe essere somministrata anche in ambulatorio senza necessità di ricovero in ospedale.

In estrema sintesi, ricapitoliamo le fasi principali della terapia: i linfociti T vengono prelevati dal paziente, vengono geneticamente modificati in laboratorio per esprimere sulla loro superficie un recettore (chimeric antigen receptor, in italiano recettore antigenico chimerico) capace di riconoscere le cellule tumorali e infine vengono reintrodotti nel circolo sanguigno del paziente.

Il sistema è ingegnoso e ha dimostrato di funzionare molto bene in alcuni tipi di tumori del sangue. Peccato però che le stesse cellule T ingegnerizzate che attaccano il cancro siano anche capaci di rilasciare molecole come le citochine che scatenano uno stato infiammatorio sistemico accompagnato da una serie di sintomi quali febbre, nausea, mal di testa, aumento del battito cardiaco e difficoltà nella respirazione.  Nei casi più gravi può insorgere insufficienza renale, insufficienze a carico di diversi organi e anche l’arresto cardiaco.

I ricercatori della University of Southern California hanno condotto un trial clinico di fase 1 su 25 pazienti con linfoma refrattario a cellule B, utilizzando la versione rivisitata della Car-T, basata su una una provvidenziale modifica del recettore antigenico chimerico (Car). I dettagli dello studio sono piuttosto complessi, ma  a noi basta sapere che la nuova molecola usata come recettore (chiamata CD19-BBz(86)) posizionata sulle cellule immunitarie produce livelli inferiori di citochine e rallenta la proliferazione delle cellule.

«Si tratta di un grande progresso, abbiamo realizzato una nuova molecola Car che è ugualmente efficiente nell’uccidere le cellule tumorali, ma agisce più lentamente e con minore tossicità», ha dichiarato  Si-Yi Chen del USC Norris Comprehensive Cancer Center e autore senior dello studio.

Dopo aver somministrato la terapia ai 26 pazienti coinvolti nella sperimentazione, gli scienziati hanno osservato che, inaspettatamente, in nessun caso si era verificato un aumento dei livelli di citochine.

Ancora non è chiaro il motivo per cui la nuova versione della terapia Car-t sia meno tossica di quella tradizionale, studi futuri dovranno dedicarsi a comprendere il meccanismo con cui i linfociti T ingegnerizzati interagiscono con l’ambiente circostante. Per ora il risultato dello studio non lascia dubbi: la nuova Car T è più sicura della tradizionale.

Ma è altrettanto efficace?

Nonostante l’obiettivo principale del trial fosse valutare la sicurezza della nuova versione della terapia e non la sua efficacia, i ricercatori hanno constato che 11 pazienti avevano ottenuto una completa remissione della malattia con il trattamento alle dosi standard. Un risultato in linea con quelli della versione originale del trattamento.

«La tossicità è attualmente il più grande ostacolo all’uso della terapia con cellule Car. La mia speranza è che questa versione più sicura della terapia possa un giorno essere somministrata ai pazienti in regime ambulatoriale», ha affermato Chen.

Tumori, come battere il dolore senza usare medicine

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Tumori, come battere il dolore senza usare medicine

I centri all’avanguardia utilizzano sempre più l’agopuntura e l’ozono terapia.

Il 2050 è stato indicato come l’anno in cui l’antibiotico resistenza sarà la prima causa di morte. Significa che i batteri saranno più forti delle cure che abbiamo a disposizione. Mentre le case farmaceutiche sono al lavoro per studiare antimicrobici intelligenti in grado di ripararci dalle infezioni più pericolose ed evolute, una delle sfide fondamentali dei prossimi trent’anni è quella di ridurre il più possibile l’utilizzo degli antibiotici e dei farmaci in generale. Tra le «vie parallele» più interessanti ci sono l’agopuntura e l’ozono terapia, sempre più considerate all’interno dei reparti ospedalieri e in grado, in qualche caso, di fare realmente da supplenti ai medicinali.

L’AGOPUNTURA ONCOLOGICA
Un nuovo studio clinico dell’Istituto europeo di oncologia fondato da Umberto Veronesi ha dimostrato come l’agopuntura sia utile per attutire il dolore delle pazienti operate al seno. Tanto che a volte grazie alla tecnica di medicina alternativa si esclude l’utilizzo dei farmaci e si riescono anche a risolvere i problemi di ansia e gli altri effetti collaterali della fase post operatoria.
«Il nostro obbiettivo – spiega Mattia Intra, direttore del Day surgery senologia dello Ieo di Milano – è di ridurre, dove possibile, l’impatto dell’intervento oncologico al seno sulla vita delle pazienti. Quasi tutte le pazienti operate vengono sottoposte a una terapie del dolore standard ma il 30% di loro richiede una dose aggiuntiva di antidolorifici nelle ore successive alla prima somministrazione. Per ridurre il più possibile le dosi di farmaci abbiamo pensato all’agopuntura, strumento già utilizzato quotidianamente da molti cancer center americani, ad esempio lo statunitense Memorial Sloan Kettering, ed europei come l’istituto francese Gustave Roussey, per contrastare il dolore causato dalle terapie oncologiche».
«L’impiego dell’agopuntura contro il dolore è noto ma non abbastanza diffuso in Italia, tanto meno in oncologia – fa notare Agnese Cecconi, specialista in radioterapia oncologica e agopuntura allo Ieo – Lo svantaggio è tutto a carico dei pazienti che solo in minima parte usufruiscono di questa antica metodica. Eppure l’evidenza scientifica sull’efficacia dell’agopuntura non manca. Recentemente il Journal of clinical oncology ha pubblicato le linee guida approvate dall’American society of clinical oncology per l’utilizzo delle terapie integrate per la gestione dei sintomi e gli effetti collaterali della chemioterapia nella pazienti con tumore al seno. Su queste basi lo Ieo ha scelto di offrire l’opportunità dell’agopuntura alle sue pazienti e sviluppare la ricerca su questa disciplina, promettente per una miglior qualità di vita del malato.
I medici che praticano l’agopuntura hanno rilevato nei loro pazienti benefici non solo oncologici. La tecnica degli aghi importata dalla tradizione cinese è utile anche per alleviare i disagi dovuti alla menopausa, i problemi di insonnia e i dolori causati dalle infiammazioni. E anche in questi casi rappresenta un’alternativa a pastiglie e farmaci vari.

OZONO ANTI FARMACI
Una possibile alternativa agli antibiotici arriva anche dall’ossigeno ozono terapia. «L’ozono è un potente antibatterico, un antivirale e un antimicotico. Può rappresentare il futuro della lotta alle infezioni» spiega Marianno Franzini, presidente della Società internazionale di ossigeno ozono terapia, pronta a partire con due sperimentazioni in due ospedali italiani, uno a Roma uno a Milano, per valutare l’azione della terapia nella prevenzione delle infezioni post operatorie. In una prima fase sarà somministrata insieme all’antibiotico «e valuteremo se è in grado di potenziare l’azione del farmaco, come pensiamo».
Oggi l’ossigeno-ozono terapia, diffusa come prestazione privata, viene già utilizzata in qualche ospedale. «In un paio di casi come complemento nelle fasi pre e post operatorie – precisa l’esperto – ma più frequentemente contro il dolore da ernie discali o protusioni. Per questa indicazione le somministrazioni sono locali e i benefici sono eccellenti sia nel controllo del dolore che nella diminuzione del volume delle ernie». La terapia alternativa ai farmaci ha un’azione positiva sul microcircolo e agisce contro le infezioni. Ha quindi molte indicazioni. «Negli anni – aggiunge Franzini – abbiamo selezionato 42 patologie che rispondono a questa terapia» che quindi potrebbe entrare a pieno titolo tra le soluzioni per contrastare l’antibiotico resistenza e per ridurre quantità (e costi) delle cure a base di farmaci.

Maria Sorbi

Il Giornale, 01 maggio 2019

Tumore del seno, approvato primo farmaco per la mutazione PIC3CA

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Tumore del seno, approvato primo farmaco per la mutazione PIC3CA

Ieri l’ente americano che approva i farmaci (FDA) ha autorizzato l’immissione nel mercato di una nuova cura per il tumore metastatico del seno, uno di quelli più frequenti (40% dei casi), con mutazione genetica PIK3CA. Questo è un farmaco molto speciale, e abbiamo chiesto di aiutarci a capire meglio come funziona al prof. Michelino De Laurentiis, oncologo italiano di fama internazionale che lavora all’istituto Pascale di Napoli e che con il progetto BioltaLEE sta coordinando un progetto nazionale per estendere rapidamente l’uso di questa cura anche in Italia, prima della sua commercializzazione (in Europa e in Italia serviranno ancora 1-2 anni). 

“L’Alpelisib – spiega De Laurentiis – è il primo farmaco approvato per il tumore della mammella che colpisce selettivamente una mutazione che si sviluppa nel tumore (quella del gene PIK3CA che codifica la proteina di segnale nota come Pi3K). Non si tratta quindi di una mutazione ereditaria (come quella dei geni BRCA1 e 2, quelli di Angelina Jolie, per intenderci) ma una mutazione che sviluppa direttamente il tumore e che gli conferisce normalmente resistenza ai comuni trattamenti endocrini”.

In altre parole, il tumore, per superare l’azione dei farmaci ormonali, sviluppa, in circa il 20-35% dei casi, questa mutazione. Avere quindi la possibilità di colpire specificamente la proteina Pi3K alterata dalla mutazione significa dunque fare un ulteriore passo in avanti nel prolungamento della cronicizzazione della malattia. “Ci auguriamo – prosegue De Laurentiis – che questo sia il primo di tutta una serie di farmaci con queste caratteristiche. Proprio perché si tratta di una mutazione non ereditaria, va ricercata analizzando il tessuto tumorale (non i geni della persona, come si fa con i comuni test ‘genetici’, ma i geni del tumore, con un analisi ‘genomica’ del tumore)”.

Per avere il farmaco disponibile in Italia sarà necessario attendere ancora 1-2 anni, ma ci sono due buone notizie: 1) l’Alpelisib è già disponibile presso alcuni selezionatissimi centri ad elevata specializzazione nell’ambito di protocolli sperimentali internazionali; 2) in Italia è già stato attivato un grande progetto di ricerca nazionale (BioItaLEE, coordinato proprio dal prof. De Laurentiis) per estendere rapidamente l’utilizzo di questo farmaco a numerosi centri specializzati italiani prima ancora che avvenga la sua commercializzazione. Sarà naturalmente poi l’oncologo di riferimento a stabilire se il paziente ha le caratteristiche adeguate per aderire a questi protocolli.

La ricerca non si ferma mai. E i ricercatori italiani sono sempre in prima linea. Buona lettura.

Tumore rene, una ‘doppietta’ di immunoterapie aumenta la sopravvivenza libera da altri trattamenti

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Tumore rene, una ‘doppietta’ di immunoterapie aumenta la sopravvivenza libera da altri trattamenti

23 ottobre 2018

Monaco

Nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato o metastatico (RCC), precedentemente non trattati, la combinazione due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, è associata a una sopravvivenza libera da trattamento significativamente più lunga. Lo dimostra lo studio di fase 3 CheckMate-214, presentato al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo). Con un follow-up minimo di 30 mesi, il 36% dei pazienti trattati con la combinazione nivolumab più ipilimumab è ancora vivo e non necessita di una terapia successiva, rispetto al 16% dei pazienti a cui è stata somministrata una terapia standard. Dopo 2 anni, tra coloro che hanno interrotto la terapia, è libero da trattamento il 19% dei pazienti del gruppo di combinazione rispetto al 6% dell’altro gruppo.

“I risultati di questa analisi del CheckMate-214 – spiega David F. McDermott, direttore del programma di Immuno-Oncologia presso il Beth Israel Deaconess Medical Center – forniscono importanti informazioni sulla potenziale possibilità di ottenere un beneficio clinico duraturo con la combinazione di nivolumab e ipilimumab nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato verso i quali vi è un rilevante bisogno clinico insoddisfatto”. Il carcinoma a cellule renali è il tipo di tumore del rene più comune negli adulti, responsabile ogni anno di oltre 140.000 morti nel mondo. L’RCC è circa due volte più comune negli uomini che nelle donne, con i tassi più alti in nord America e in Europa. A livello mondiale, il tasso di sopravvivenza a cinque anni nei pazienti con diagnosi di tumore del rene metastatico o avanzato, è del 12,1%.

Sarcomi: in arrivo nuovi farmaci molecolari e immunoterapia. L’esperta: “Nuove opportunità di cura anche per le forme infantili”

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Sarcomi: in arrivo nuovi farmaci molecolari e immunoterapia. L’esperta: “Nuove opportunità di cura anche per le forme infantili”

In corso a Roma il congresso annuale della Connective Tissue Oncology Society (CTOS)

Rari, con una incidenza di 1 caso ogni 1 milione abitanti in Italia ogni anno, ma molto aggressivi, i sarcomi infantili sono ‘orfani’ di cure ma arrivano per alcuni di essi, in particolare il fibrosarcoma infantile e il cordoma poco differenziato, terapie molecolari che bersagliano la proteina alterata responsabile dell’insorgenza di malattia, oltre a terapie antiangiogeniche per forme ossee recidivanti, prima non trattabili. Buoni dati preliminari per i sarcomi alveolari delle parti molli che sembrano poter rispondere all’immunoterapia con risposte parziali (39%) durevoli nel tempo.

Milano, 15 Novembre 2018 – La ricerca va avanti e offre importanti novità anche per i sarcomi, tumori rari con circa 5 diagnosi ogni 100 mila abitanti in Italia ogni anno, non più ‘orfani’ di possibilità terapeutiche. Difficili e delicati per le sedi di insorgenza tra cui ossa, spazio endocranico, tessuti molli, i sarcomi sono tumori ‘giovani’: colpiscono bambini, con forme anche congenite o sviluppate subito dopo la nascita, adolescenti e giovani adulti con meno di 40 anni. Un anno fa l’approvazione regolatoria di olaratumab in combinazione con doxorubicina come terapia di prima linea per i sarcomi dei tessuti molli in fase avanzata nei pazienti adulti. Oggi, per alcune forme di sarcomi che possono insorgere anche in età pediatrica arrivano, finalmente, farmaci a bersaglio (target) molecolare efficaci contro le proteine alterate che ‘attivano’ l’insorgenza del tumore: tra queste TRK presente tra gli altri nel fibrosarcoma infantile. Dati preliminari (pubblicati sul New England) di studi internazionali, cui ha partecipato anche l’Italia con l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, attesterebbero la capacità di una nuova molecola (larotrectinab) di ridurre la malattia, tanto da riuscire a consentire in alcuni casi il passaggio da una chirurgia demolitiva, ovvero dall’imputazione dell’arto, a un intervento conservativo. Una elevata risposta si otterrebbe anche bersagliando ‘molecolarmente’ (tazemetostat) un’altra proteina, di nome EZH2 che si accende nel cordoma poco differenziato del bambino per la perdita di INI1, permettendo la riduzione o comunque il migliore controllo sull’evoluzione nel lungo periodo, mediamente un anno, di questo tumore che origina a livello endocranico e che è caratterizzato da una cattiva prognosi. Buone notizie anche per il sarcoma alveolare delle parti molli, sarcoma che colpisce adolescenti o adulti prima dei 40 anni, a prognosi grave perché già metastatico all’esordio in metà dei casi, il quale può rispondere all’immunoterapia, aprendo così una via di cura prima inesistente. Lo attesta uno studio su piccoli numeri, 18 casi, di cui 7 (39%) hanno mostrato una risposta parziale al trattamento diretto contro una specifica alterazione genetica (PD-L 1). Questi e altri temi saranno affrontati al meeting annuale della CTOS (Connective Tissue Oncology Society) in corso a Roma fino al 17 novembre).

“I sarcomi – racconta Ornella Gonzato, presidente dell’Associazione Paola per i Tumori muscolo-scheletrici, affiliata da quasi 10 anni alla CTOS – sono una classe di tumori rari, con una incidenza di circa 5 casi su 100 mila abitanti l’anno. La famiglia dei sarcomi comprende oltre 80 diversi tipi di tumori che possono insorgere in qualsiasi parte del corpo e colpire tutte le fasce di età, con un picco in età pediatrica e in quella avanzata. In particolare, i sarcomi dell’osso, quali ad esempio l’osteosarcoma e il sarcoma di Ewing, colpiscono principalmente i giovani mentre i sarcomi dei tessuti molli prevalentemente gli adulti. Attualmente, la maggior parte di queste malattie è ancora ‘orfana’ di specifici farmaci. Tuttavia, la ricerca sta avanzando con studi promettenti su farmaci – al momento non ancora approvati – che sembrerebbero evidenziare possibilità concrete di trattamento per alcuni tipi di sarcomi, in particolare quelli pediatrici, aprendo così a possibili futuri scenari di cura dopo circa 40 anni di ‘silenzio’ scientifico”.

Le attese si associano soprattutto a terapie molecolari. Spiega SilviaStacchiotti, oncologo medico presso la SC. di Oncologia Medica dei Tumori Mesenchimali dell’Adulto e Tumori Rari della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano: “Studi condotti sul fibrosarcoma infantile, malattia congenita che presenta una alterazione riguardante la diffusione di una specifica proteina (TRK), attesterebbero che una terapia molecolare (larotrectinib) mirata a questo bersaglio (target-therapy) è in grado di garantire nella maggior parte dei pazienti una risposta terapeutica nella maggior parte dei pazienti e durevole nel tempo”. La terapia avrebbe dato risultati di efficacia in due contesti: in pazienti con indicazione a una chirurgica demolitiva che prevede l’amputazione dell’arto consentendo il passaggio a una chirurgia conservativa e in casi non operabili permettendo la riduzione della malattia o il controllo per un tempo mediamente superiore all’anno. “Anche il cordoma poco differenziato – aggiunge la dr.ssa Stacchiotti– che origina a livello endocranico (internamente al cranio) a seguito di una alterazione a carico della proteina INI1, con prognosi molto sfavorevole e tipico dei bambini, che possono presentare la malattia alla nascita, e degli adolescenti (il paziente più ‘vecchio’ segnalato sino ad oggi ha 20 anni), sembra beneficiare grazie una nuova terapia ‘targettata’ contro questo bersaglio. Uno studio recente cui sta partecipando anche la pediatria dell’INT in rappresentanza dell’Italia, sembra infatti attestare una riduzione della malattia con l’impiego di uno specifico farmaco molecolare (tazemetostat)”.

Per i sarcomi sembra anche aprirsi l’opzione dell’immunoterapia. “Per la prima volta – precisa l’oncologa – possiamo dire che non tutti sarcomi sono refrattari a questa via di cura. In particolare, il sarcoma alveolare delle parti molli, un tumore molto raro e grave in quando all’esordio si presenta già metastatico in metà dei casi, sembra rispondere bene a una immunoterapia con atezolizumab. Uno studio internazionale ancora su piccoli numeri (18 casi) dimostrerebbe che bersagliano una precisa alterazione genetica (PD-L 1) è possibile ottenere una risposta parziale in 7 casi su 18 (39%). Speriamo che questo tipo di farmaci si renda quindi presto disponibile per i nostri pazienti”.

“C’è dunque grande attesa nella comunità dei pazienti – conclude la dr.ssa Gonzato– perché i sarcomi, oltre a metter a rischio la vita, possono esser altamente invalidanti, creando ulteriore sofferenza, specie nei giovani. I progressi della chirurgia e dei trattamenti radianti assieme alla ricerca di farmaci efficaci, da quelli a bersaglio molecolare all’ immunoterapia, alimentano una concreta speranza di cura. In aggiunta, la ricerca sempre più approfondita della biologia molecolare di alcuni tipi di sarcoma sembrerebbe consentire per il futuro anche la possibilità di monitorare la malattia, durante il trattamento, tramite semplice prelievo di sangue per l’analisi del DNA circolante del tumore (cDNA). Oltre alla minor invasività del controllo, questo significherebbe per i pazienti poter sperare in terapie sempre più personalizzate sulla base della risposta individuale”.

Carlo Buffoli

Tumore del seno, non solo nuove cure per vincere la malattia Per i casi più gravi pronte le prime ‘raccomandazioni’ europee

ESMO CONGRESS 2019 PER L’ITALIA

PIÙ FORTI DEL CANCRO

Tumore del seno, non solo nuove cure per vincere la malattia Per i casi più gravi pronte le prime ‘raccomandazioni’ europee

Presentato a Milano il documento europeo EWG (Expert Working Group), la nuova ‘road map’ politica per migliorare la gestione del tumore al seno metastatico

Ogni anno circa 5mila donne ricevono una diagnosi di carcinoma al seno metastatico e sono oltre 37 mila le italiane che convivono con questo tipo di carcinoma, più difficile da curare e con una sopravvivenza mediana di circa 2 anni e mezzo. Oggi la maggioranza dei casi di tumore al seno non metastatico guarisce, così queste pazienti più complesse sono spesso “dimenticate”: per riportare l’attenzione sulle loro esigenze e migliorarne la gestione arriva, realizzata con il contributo non condizionante di Lilly, questa vera e propria raccolta di raccomandazioni destinata ai decisori politici italiani ed europei. Il documento traccia un percorso chiaro e preciso per il futuro, puntando su un’assistenza imperniata sulla conoscenza, una collaborazione pan-europea ed un uso diffuso dei ‘real world data’ per migliorare il decorso clinico delle pazienti, un accesso paritario a cure e trattamenti e sistemi di sostegno alle pazienti e ai caregiver

Milano – Il tumore al seno metastatico rischia di essere una malattia “dimenticata”, sull’onda dei tanti successi contro il carcinoma mammario. Quando il cancro al seno non si diffonde altrove, la sopravvivenza è infatti dell’80% a dieci anni dalla diagnosi: insomma, sempre più spesso le donne guariscono. E si può essere tentati di credere che la guerra contro il tumore al seno sia stata vinta. Non è così, perché il 20-30% delle pazienti va incontro a ricadute e soprattutto il 5-10% riceve la diagnosi quando il tumore è già grave, metastatico, fin dall’inizio: accade a circa 5 mila italiane ogni anno, e sono oltre 37.000 le donne costrette a convivere con il carcinoma metastatico, più difficile da curare e con una sopravvivenza media di soli 2 anni e mezzo. In un prossimo futuro anche questo tumore potrà tuttavia diventare sempre più spesso e sempre più a lungo una malattia ‘cronica’, grazie alle novità in arrivo dalla ricerca scientifica in questo campo e grazie alla nuova road map politica sul tumore al seno metastatico dell’European Working Group (EWG), preparata grazie al supporto non condizionante di Lilly. Presentata oggi a Milano, è un documento che per la prima volta traccia un percorso chiaro e preciso per affrontare la malattia a livello italiano ed europeo e per gestire al meglio le pazienti. Quattro le macro-aree di intervento indicate dagli esperti: un’assistenza basata sulla conoscenza, aumentando l’utilizzo dei registri tumori, pensando a percorsi centrati sulle pazienti e migliorando l’adesione alle linee guida sul trattamento; una ricerca sempre più orientata alla raccolta di dati provenienti dalla ‘real worl practice’; un accesso paritario a cure e trattamenti, integrando nelle valutazioni di efficacia non solo la sopravvivenza ma anche la sopravvivenza libera da progressione di malattia e la qualità di vita delle pazienti; un maggior sostegno a pazienti e caregiver, per esempio migliorando le tutele sul lavoro e garantendo aiuti economici, psicologici e lavorativi anche ai familiari che si prendono cura delle pazienti.

“La percentuale di donne che guariscono da un tumore al seno continua a crescere – spiega Laura Biganzoli, presidente di Eusoma (European Society of Breast Cancer Specialists), direttrice del Centro di senologia dell’Ospedale di Prato e membro italiano di EWG – ma non possiamo focalizzarci solo sugli indubbi successi e perdere di vista quel 20-30% di donne che ha una ripresa di malattia e il 5-10% di pazienti che riceve la diagnosi di tumore metastatico fin dall’inizio. Il percorso di queste pazienti è molto eterogeneo non solo per le caratteristiche della malattia, molto variabili fra un caso e l’altro e con conseguente rischio di non aderenza alle linee guida ma anche per la presenza di disparità regionali nell’organizzazione e nel finanziamento del trattamento. Inoltre, la gestione complessiva di un paziente con malattia metastatica è più complessa rispetto a quella di pazienti non metastatici. È perciò molto importante portare l’attenzione su di loro, perché oltre alle migliori cure hanno diritto ad avere una vita sociale e lavorativa di buona qualità nonostante le difficoltà connesse ai trattamenti e ai frequenti controlli in ospedale; le pazienti con un carcinoma al seno metastatico devono poter vivere una vita normale fin quando possibile e la nostra speranza è che la nuova ‘road map’ politica, portando in primo piano le loro esigenze, costituisca un punto di svolta per aumentare la sensibilità pubblica nei confronti di questo tema troppo spesso dimenticato. Vogliamo sensibilizzare popolazione e politici sulle necessità delle pazienti, dare a queste donne gli strumenti per comprendere le decisioni terapeutiche e fornire a loro e ai caregiver, che sono spesso i familiari più stretti, reali tutele: il tumore al seno metastatico non colpisce soltanto la donna ma tutta la sua famiglia, è essenziale estendere il sostegno a tutte le persone coinvolte nella cura. E, soprattutto, avere sempre come obiettivo la qualità di vita delle donne affette da questa patologia”.

La ‘road map’ politica sottolinea chiaramente l’importanza di valutare non soltanto i mesi o gli anni di vita in più che i trattamenti possono garantire, ma soprattutto la sopravvivenza libera da progressione di malattia e una buona qualità di vita. Tutto questo si potrà raggiungere per esempio con una maggiore adesione alle linee guida per il trattamento, tuttora molto variabile: le linee guida per la diagnosi vengono seguite nel 90% dei casi, quelle per la terapia lo sono dal 20% al 74%, con una variabilità che dipende da difficoltà organizzative o dalla disponibilità di strutture.Eppure, attenersi alle raccomandazioni che derivano dall’evidenza scientifica incide molto positivamente sull’esito delle pazienti: per questo la road map sottolinea anche l’importanza dell’assistenza basata sulla conoscenza e l’importanza della collaborazione pan-europea ed un uso diffuso dei real world data per migliorare il decorso clinico delle pazienti.

“Il documento, oltre ad accrescere la consapevolezza di pazienti e decisori perché possa finalmente aumentare l’attenzione dedicata a queste donne – aggiunge Giuseppe Curigliano, condirettore del Programma Nuovi Farmaci del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università di Milano all’Istituto Europeo di Oncologia – ha l’obiettivo di creare un’alleanza fra medici, pazienti e aziende per far sì che le novità dalla ricerca clinica e farmacologica possano essere messe quanto prima a disposizione di tutte, ovunque nel Paese. Un passaggio rapido dalla ricerca scientifica alla pratica clinica e una maggiore diffusione delle innovazioni nella terapia che arrivano dalle sperimentazioni potranno migliorare il controllo del carcinoma al seno metastatico e la qualità di vita delle pazienti. Nei centri d’eccellenza le novità terapeutiche sono disponibili subito per tutte le pazienti, lo scopo è portare ovunque questi percorsi di trattamento virtuosi anche investendo di più nella formazione continua degli oncologi”.

“Il nostro Movimento è da sempre impegnato in prima linea a sostenere i diritti delle donne con tumore al seno metastatico, a ottenere per loro l’accesso a cure di qualità su tutto il territorio nazionale e a sconfiggere il nuovo tabù della metastasi con l’informazione e la sensibilizzazione – dichiara Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia; – Dalla nostra prima indagine nazionale dedicata a questa tipologia di pazienti è emerso che i loroprincipali bisogni sono il riconoscimento del loro status e il supporto. Per questo abbiamo coinvolto alcuni esponenti politici in un percorso volto a ottenere l’istituzione il 13 ottobre, come già negli USA, di una Giornata nazionale dedicata al tumore al seno metastatico. Da questo lavoro con alcuni parlamentari più sensibili sono scaturite due proposte di legge, depositate al Senato e alla Camera, che prevedono inoltre linee guida nazionali che regolamentino il percorso clinico e assistenziale di queste pazienti, accesso facilitato e omogeneo alle terapie innovative e istituzione di un osservatorio nazionale sul tumore al seno metastatico per implementarne la conoscenza e lo studio della casistica. Le raccomandazioni contenute nel documento europeo presentato oggi ci confermano che siamo sulla strada giusta, la stessa indicata per tutti i Paesi europei.”

Carlo Buffoli

Il punto sulla ricerca oncologica. Intervista al prof. Ciardiello

ESMO CONGRESS 2019 PER L’ITALIA

PIÙ FORTI DEL CANCRO

Il punto sulla ricerca oncologica. Intervista al prof. Ciardiello

L’importanza della ricerca, troppo spesso messa in discussione da incompetenti sul web e sui social, è fondamentale per la cura di ogni malattia. In campo oncologico negli ultimi anni si sono registrati molti passi avanti, risultati impensabili fino allo scorso decennio e che già sono visibili da parte di molti pazienti. Una delle novità più importanti, propedeutico poi a nuove ricerche, sono i test genetici per analizzare il DNA, grazie ai quali è possibile individuare con precisione ogni dettaglio del tumore. Il giornalista Massimiliano Scafi, de ‘Il Giornale’, ne ha parlato con il prof. Fortunato Ciardiello, past president ESMO, e direttore del dipartimento di Oncoematologia dell’Università Vanvitelli di Napoli. Riportiamo qui il testo dell’articolo. In calce il link originale. Buona lettura.

Carlo Buffoli

“Gli studi stanno rivoluzionando le cure. Così hanno salvato 13 milioni di italiani”

L’ex presidente della Società oncologica europea: “Nei laboratori si fanno solo chiacchiere? Non è vero. Contro il cancro ottenuti risultati impensabili”

“E ora non si dica che la ricerca oncologica è ferma”. A parlare è di Fortunato Ciardiello, ordinario di oncologia medica alla Seconda università di Napoli e, fino a tre settimane fa, presidente dell’Esmo, la società europea di oncologia medica. Il test del sangue per identificare otto fra i tumori più aggressivi annunciato venerdì da un gruppo di ricercatori americani di Baltimora, negli Stati Uniti, può essere davvero la strada giusta per una diagnosi sempre più precoce.

Professor Ciardiello, pensa che questo test possa aiutare a prevenire il cancro?

“È un passo avanti essenziale. Finalmente, grazie alle nuove tecnologie sempre più sofisticate, riusciamo a individuare anche piccolissimi gruppi di cellule sospette che circolano nel sangue. E grazie a quelle possiamo risalire all’origine del tumore in una fase molto precoce”.

Eppure tanti oncologi, scettici, pensano che anche questa sia una di quelle ricerche fatte di parole ma mai di applicazioni pratiche.

“Questi oncologi sbagliano e tutto quello che è accaduto negli ultimi anni lo dimostra. Faccio un esempio: sei anni fa nessuno di noi riponeva speranze nell’immunoterapia. Oggi invece sono stati sviluppati farmaci intelligenti, a bersaglio mirato, efficaci e in grado di ridurre gli effetti collaterali delle terapie. Stesso discorso per le terapie ormonali”.

Forse le critiche puntano sulla lentezza dei lavori nei laboratori.

“Ovviamente non cambia tutto in tre mesi in oncologia. Ma è pericolosissimo dire che non si muove nulla. Il test del sangue che ora in America costa 500 dollari, 10 anni fa sarebbe costato 5000 dollari. E magari un giorno verrà addirittura passato dal sistema sanitario nazionale. Anche questi aspetti fanno parte di un sistema complesso che si evolve e che valuta anche i costi dei farmaci”.

A livello pratico, che vantaggi porta il test del sangue?

“Ne porterà parecchi, almeno su tre fronti. Su quello dello screening migliorerà i tempi delle diagnosi e la precisione con cui identificheremo le cellule tumorali. Avrà un’applicazione anche nella fase post operazione o post terapia perché consentirà di controllare, con un’analisi del sangue, se qualche cellula tumorale è ancora in circolazione nell’organismo. E infine servirà a correggere in corso d’opera una terapia, sostituendo farmaci che si stanno rivelando inefficaci con altri più specifici”.

Perché, ogni volta che viene pubblicata una scoperta, scoppiano anche le polemiche. Sarà mica in corso una guerra tra istituti di ricerca?

“No, nessuno si fa la guerra. C’è rivalità, questo si. Ma noi ricercatori abbiamo imbastito una collaborazione mondiale, un network indipendente dalla bandiera politica e dalla nazionalità”.

Gli italiani se la cavano?

“Direi di sì. Nel pool di questo ultimo studio c’erano anche ricercatori italiani. E poi ricordiamoci che le ricerche chiave per la biopsia liquida sono merito di Alberto Bardelli, università di Torino”.

Ci dica un altro risultato importante.

“Tre milioni di italiani, che ora sono in vita, sarebbero morti senza le terapie. Nel 1984, quando mi sono laureato io, solo una donna su due sopravviveva al tumore al seno. Ora il 90% vive dopo 5 anni dalle terapie. Sono risultati che solo 5 o 6 anni fa non avremmo nemmeno immaginato. In trent’anni abbiamo rivoluzionato le cure, quindi non possiamo non continuare a sperare e lavorare”.

Massimiliano Scafi