Le nuove sfide dell’oncologia raccontate ai cittadini (Fortunato Ciardiello)

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Le nuove sfide dell’oncologia raccontate ai cittadini

Fortunato Ciardiello

Past President Esmo
Professore di Oncologia Medica
Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli

Anche quest’anno il congresso Esmo sarà uno dei momenti chiave a livello internazionale per il lavoro degli oncologi italiani, pronti a confrontarsi a Barcellona con altri 30mila esperti oncologi provenienti da tutto il mondo e per relazionare sui risultati più recenti e sulle novità che riguardano gli aspetti più importanti delle neoplasie e di tutto ciò che ad esse è correlato.

Esmo Congress per l’Italia – Più forti del Cancro, giunto alla sua quinta edizione, è un’esperienza unica nel suo genere, il nostro modo per avvicinare la malattia alle persone, “umanizzarla” attraverso le esperienze e le parole di chi il cancro l’ha conosciuto da vicino, direttamente o indirettamente. In questi anni, tanti personaggi e testimonials si sono confrontati con gli esperti di settore: se l’oncologo mostra al grande pubblico le ultime novità scientifiche, il loro compito è quello di dimostrare il reale impatto della malattia sui diretti interessati. Anche quest’anno, da Barcellona in collegamento con l’Italia, perfezioneremo la nostra formula. La grande novità del 2019 è che Più forti del Cancro si affaccerà anche in Spagna, con un progetto in parallelo che riproporrà l’esperienza italiana anche nel paese iberico.

Saranno tre le aree di grande interesse per la ricerca oncologica. Innanzitutto la conoscenza sempre più approfondita del cancro al livello delle caratteristiche genetiche e molecolari, che permette una più precisa diagnosi ed una scelta mirata dei farmaci nello sviluppo della terapia. Tutte le nuove prospettive che provengono dall’immunoterapia. Per ultimo, di certo, una visione sempre più centrale ed unitaria del paziente, che ha le sue proprie caratteristiche, capacità e necessità, fino a coinvolgere il lato nutrizionale e psichico: tutti aspetti che permettono di rendere personalizzata sia la scelta terapeutica che assistenziale e di supporto per il paziente.

In questa quinta edizione abbiamo analizzato il discorso delle “target therapy” con Chiara Cremolini, professore di oncologia medica al dipartimento di ricerca traslazionale e nuove tecnologie all’Università di Pisa, mentre con Sara Lonardi (responsabile del settore sperimentazioni cliniche in fase precoce all’Istituto Oncologico Veneto) abbiamo discusso del sempre più centrale ruolo della “personalizzazione” delle terapie tumorali. Quindi abbiamo affrontato con Stefano Cascinu, che dirige la struttura complessa di oncologia al Policlinico di Modena, uno dei temi più nuovi e interessanti: quello della nutrizione del paziente oncologico.

Alla sua ormai quinta edizione, Più forti del Cancro non si ferma ed anzi rilancia a nuove sfide nel campo della comunicazione in ambito oncologico, promuovendo informazione corretta, sicura, affidabile.

Il futuro della ricerca e l’immunoterapia (Rossana Berardi)

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IL FUTURO DELLA RICERCA E L’IMMUNOTERAPIA

Rossana Berardi

Direttrice della Clinica Oncologica e dell’Unità di sperimentazioni cliniche degli Ospedali Riuniti di Ancona – Università Politecnica delle Marche

Fin dai primi anni della mia attività, mi sono sempre occupata di ricerca clinica e, negli anni più recenti, anche di ricerca traslazionale, cioè quella ricerca che studia l’espressione di biomarcatori che possono aiutarci a predire la risposta alle terapie o la prognosi dei pazienti. Sono cresciuta da ricercatrice e, sin da quando ho iniziato, mi hanno sempre spiegato che i pazienti con uguale patologia andavano trattati tutti allo stesso modo.

Tutto, però, sembra essere cambiato: oggi, anche con l’incarico di Direttrice della Clinica Oncologica di Ancona e dell’Unità di sperimentazioni cliniche – accreditata per gli studi di fase I, ovvero che sperimentano per la prima volta nell’uomo un farmaco – posso dire di aver assistito ad una vera e propria rivoluzione, un cambio di paradigma che ci ha portato a non dover più considerare un paziente uguale all’altro, a non fare più paragoni sia tra i tumori che tra coloro a cui ci rivolgiamo quotidianamente. Ed è questo che provo a spiegare ai miei pazienti così come ai miei studenti.

Dobbiamo guardare più in là ed uscire dallo schema utilizzato fino a qualche anno fa: dobbiamo capire che non esiste, per esempio, un solo tipo di tumore al polmone, ma almeno cento possibili varianti tutte da analizzare in modo distinto. Non cambia quindi soltanto il profilo biomolecolare della malattia, ma anche il profilo individuale dei pazienti a cui ci riferiamo. La stessa persona può ricevere, avendo la stessa generica patologia, cure uguali, ma che hanno diversi modi di evolversi. Oppure apparentemente le malattie sembrano essere uguali, ma in realtà hanno un profilo biologico molto differente che imporrà anche differenti trattamenti.

Negli ultimi anni quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio stravolgimento nel modo di affrontare lo studio delle cure tumorali: abbiamo cominciato a trattare un tumore non per l’organo in cui è nato ma attraverso il bersaglio biomolecolare che può essere espresso dai vari tipi di tumore. Sempre di più ricerchiamo il profilo biologico, genetico, della malattia, trattandola per la presentazione biologica, patologica, morfologica e biomolecolare con cui ci appare.

La “personalizzazione delle cure” è la “rivoluzione copernicana” di cui siamo stati protagonisti e partecipi, uno strumento attraverso cui è possibile potersi sentire anche più forti del cancro.

Le più tradizionali armi di chemioterapia, di radioterapia, ormonoterapia o chirurgia vengono sempre più affiancate o integrate da strumenti ben più innovativi come possono appunto essere le target therapy o l’immunoterapia, che ha già cambiato la storia di alcuni tumori (tra cui melanoma, tumore del polmone, tumore del rene) e che sta cambiando anche quella di gran parte delle altre malattie oncologiche, talora sostituendo le terapie tradizionali. È il prossimo futuro. E il nostro lavoro e le nostre attività di ricerca vanno proprio verso una medicina di precisione in cui noi ricercatori diamo il nostro contributo quotidiano, identificando anche quelli che possono essere i nuovi fattori in grado di predire la prognosi o anche la risposta alle terapie messe in campo.

La personalizzazione delle cure tumorali (Sara Lonardi)

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La personalizzazione delle cure tumorali

Sara Lonardi


Responsabile SSD Sperimentazioni Cliniche di Fase Precoce
Responsabile Neoplasie Gastroenteriche – SC Oncologia Medica 1
Dipartimento di Oncologia
Istituto Oncologico Veneto – IRCCS – Padova

Più forti del cancro si può, a tutti noi è capitato.
Ad esempio, quando le terapie messe in atto ogni giorno regalano risultati superiori a quelli attesi… quando proviamo a “dare qualcosa in più” anche attraverso la ricerca clinica, e si conquista una nuova opzione di cura per i nostri pazienti… quando la strada per la guarigione è particolarmente complicata, eppure la si raggiunge grazie all’integrazione di tante strategie terapeutiche. Ecco, in questi casi si riesce davvero a sentirsi più forti della malattia.

Ci si sente però più forti del cancro anche nei casi opposti: quando purtroppo la malattia va male, ma il rapporto creato tra il medico, il paziente e la sua famiglia, ha consentito una vittoria umana che va al di là del risultato medico. I riconoscimenti dei familiari dei malati alle équipe mediche sono carburante per le nostre attività: non ha vinto la malattia, ma il rapporto umano, il lottare insieme, l’attività quotidiana, l’impegno trasfuso. Nella nostra attività credo resti fondamentale la possibilità di lavorare in un gruppo di colleghi con cui poter condividere le proprie visioni professionali e soprattutto le scelte da intraprendere quando si scende in campo. È un lavoro, il nostro, che non puoi portare avanti ogni giorno da solo; condividere le scelte, studiare e approfondire, suddividere il peso, anche emotivo, dell’attività quotidiana, hanno un valore importantissimo. Il nostro lavoro non si ferma mai, per questo i risultati raggiunti sono sempre più importanti.

Negli ultimi anni a prendersi la scena è stata di certo la personalizzazione delle cure per i singoli pazienti. Una personalizzazione che può avvenire in diversi modi: non solo dal punto di vista biologico-molecolare, andando a cercare le specifiche caratteristiche delle malattie nei singoli soggetti per combattere il tumore in modo mirato, ma anche attraverso l’individualizzazione dei bisogni clinici e personali di ogni paziente, delle sue aspettative ed obiettivi, per dare una risposta di cura “globale”, una presa in carico totale dei pazienti durante i trattamenti antitumorali. Questo oggi è possibile, grazie alla multidisciplinarietà e al miglior utilizzo delle cure simultanee, con la gestione dei sintomi, l’attenzione all’aspetto nutrizionale e a quello psicologico, il controllo del dolore e, non ultima, la presa in carico delle famiglie che come noi combattono.

Target therapy e nuove strategie di cura (Chiara Cremolini)

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Target therapy e nuove strategie di cura

Chiara Cremolini

Ricercatrice in Oncologia Medica all’Università di Pisa

Fin dall’inizio del mio percorso in oncologia ho potuto partecipare in prima linea a diversi studi di “ricerca indipendente”, quella che nasce su domande che dipendono direttamente dall’attività clinica. È una ricerca dura, richiede passione e tenacia ben oltre le ore di lavoro che vengono dedicate all’assistenza ai pazienti.

Grazie ad alcuni di questi studi e ai loro risultati mi sono sentita più forte del cancro: avevo avuto un ruolo da protagonista in una ricerca che aveva portato i pazienti a vivere di più con nuovi trattamenti. Ero parte di una storia che – al di là di riconoscimenti e pubblicazioni – ha fatto bene ai pazienti, ha inciso sulle loro vite.
Sono stati momenti chiave che hanno segnato parte di un cambiamento nelle linee guida del trattamento dei tumori, mi hanno fatto capire quanto fosse importante essere lì in quel momento. Grazie alla ricerca degli ultimi anni oggi abbiamo patologie per cui è aumentata la possibilità di guarigione, un obiettivo nemmeno ipotizzabile fino a poco fa.

La rivoluzione è stata passare dalle chemioterapie alle strategie a bersaglio molecolare, le cosiddette “target therapy”: usare farmaci che in maniera intelligente colpiscono solo le cellule malate escludendo quelle sane, con un miglioramento della qualità di vita per i malati. L’ultimo grande attore sulla scena è stato sicuramente l’immunoterapia che per alcune patologie sta conseguendo benefici ancor più importanti.

Tutto questo è stato possibile grazie ad ore ed ore di ricerca traslazionale, l’attività in laboratorio di persone che hanno investito il loro tempo, anche lontano dai pazienti, per studiare dei processi di base che sembrano apparentemente lontani dalla vita dei malati ma che in realtà sono fondamentali ed irrinunciabili per sviluppare strategie e farmaci efficaci nel tempo. Aver investito sulla ricerca di base nel recente passato e farlo ancora in futuro è una tappa imprescindibile e assolutamente necessaria per raggiungere nuovi risultati. La personalizzazione dei trattamenti – ossia l’identificazione, sulla base di alcune caratteristiche genetiche del tumore, di quale sia il miglior approccio per la cura – sarà il primo passo che nei prossimi anni ritroveremo nelle nostre cliniche.

In linea con questo cambiamento e parallelamente alla tendenza delle multinazionali del farmaco, gli investimenti delle grandi aziende italiane sono oggi più che mai orientati alla medicina di precisione e allo sviluppo di terapie mirate, in grado di agire direttamente sull’alterazione molecolare responsabile dell’insorgenza della malattia, con il duplice vantaggio di massimizzare gli effetti terapeutici del farmaco e migliorarne il profilo di tollerabilità. Dall’altro lato sarà egualmente fondamentale l’utilizzo continuato nel tempo di nuovi strumenti tecnologici a nostra disposizione in tutte le fasi della malattia a partire dallo screening: penso, ad esempio, alla “biopsia liquida”, la possibilità di poter ricavare informazioni sulla malattia già nei soggetti apparentemente sani con un semplice prelievo del sangue evitando così ogni metodo invasivo, uno strumento che aiuterebbe tutti ad impostare il miglior percorso terapeutico possibile per ogni paziente.

La malnutrizione del paziente oncologico (Stefano Cascinu)

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La malnutrizione del paziente oncologico

Stefano Cascinu


Professore ordinario di Oncologia Medica Università Vita-Salute, San Raffaele Milano

Fino a pochi anni fa il problema della nutrizione del paziente oncologico era considerato quasi esclusivamente in funzione alla prevenzione dei tumori. La questione posta da medici e ricercatori era semplice: è possibile fare prevenzione dei tumori attraverso la nutrizione?

Il concetto su cui l’attenzione si poneva era soprattutto “cosa mangiare”. Sono stati gli anni delle diete “prive di…”. Poi si è capito che forse il punto era “quanto mangiare”, in altre parole quante calorie venivano introdotte a fronte di quelle spese. Il controllo del peso e l’esplosione del problema obesità hanno focalizzato l’attenzione proprio su questi problemi. E non era di certo una questione irrilevante, visto che almeno nel 30% dei casi lo stile di vita e in particolare l’obesità è collegato ad alcuni grandi tumori come quello alla mammella, al colon o alla prostata.

L’altro grande problema nutrizionale dei malati oncologici è la cachessia neoplastica, un fenomeno complesso che si manifesta con perdita di peso e di massa magra. Per sopperire a tale problema si è cominciato a supportare in maniera indiscriminata i pazienti con nutrizione artificiale anche quando l’attesa di vita era veramente di qualche giorno. In questi ultimi anni si è affermata una nuova visione del problema nutrizione del paziente che non cancella le precedenti ma le integra. I chirurghi per primi hanno capito che i pazienti deficitari dal punto di vista nutrizionale presentavano recuperi più lenti o anche complicanze post chirurgiche che mettevano in crisi l’intero programma di cure.
Gli oncologi ci sono arrivati un po’ in ritardo, ma negli ultimi anni l’atteggiamento generale è completamente cambiato: ci si è resi conto che molti pazienti non sopportano i trattamenti necessari per combattere la malattia o anche nel periodo post-operatorio proprio a causa delle loro condizioni generali. Sotto questo aspetto lo stato nutrizionale del paziente gioca ovviamente un ruolo fondamentale. Si è quindi cominciato a supportare i pazienti – anche e soprattutto nella fase pre-operatoria – con valutazioni ad hoc, screening nutrizionali e, laddove necessario, si sono avviate terapie di nutrizione clinica.

Nonostante questo avanzamento nella gestione completa del malato oncologico, nella fase post operatoria si registrano ancora problemi, forse perché non si è ancora inteso alla perfezione quanto valga il supporto nutrizionale clinico in quei momenti, sia per via parenterale o enterale
Sia la Società Europea di Nutrizione che la Società Italiana di Oncologia Medica hanno provato a dare delle indicazioni negli ultimi anni. Non indicazioni generali ma un modello di comportamento: non si può applicare lo stesso protocollo ad ogni soggetto; è necessario eseguire uno screening iniziale del paziente alla prima visita oncologica per capire la sua situazione nutrizionale e poi agire di conseguenza in base a quelli che saranno i risultati.

L’approccio nutrizionale clinico deve essere personalizzato sulle necessità e i fabbisogni di ogni paziente, in base alle età, alle condizioni generali di salute, al tipo di programma terapeutico previsto. E, elemento non meno importante, come detto in precedenza deve essere fatto all’inizio del percorso oncologico sua presa in carico. Così facendo, quello dell’oncologo non è più un ruolo solitario nel percorso di cura; il nutrizionista è entrato ormai di diritto nel team che gestisce le neoplasie, per un lavoro continuo e di collaborazione.

Niente come la nutrizione è un continuum di cure e di attenzioni, perché la situazione nutrizionale di ogni paziente può variare in qualsiasi modo anche in brevissimo tempo.
La chemioterapia oggi è ancora la metodologia di cura oncologica tecnica più utilizzata, ma anche quando si utilizzano le nuove tecniche di cura come l’immunoterapia il tema della nutrizione dei pazienti oncologici resta centrale. È molto probabile, infatti, che in alcuni casi la non ottimale situazione nutrizionale del paziente comporti una non ottimale evoluzione del percorso dell’immunoterapia: si stimola il sistema immunitario ma non si hanno a disposizione quegli effettori che dovrebbero agire sul paziente, visto che un soggetto malnutrito avrà un sistema immunitario non funzionante alla perfezione.

Tumori: il 40% dei pazienti è malnutrito. Gli esperti: “La nutrizione clinica migliora sopravvivenza e cure. Serve più attenzione”.

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Tumori: il 40% dei pazienti è malnutrito, il 25% muore per malnutrizione e non per la malattia. Gli esperti: “La nutrizione clinica migliora sopravvivenza e cure. Serve più attenzione”.

22 ottobre 2018

Monaco

Circa il 40% dei pazienti oncologici in Europa (sicuramente una sottostima, in Italia il dato è maggiore) è malnutrito ed un quarto dei pazienti malati di cancro muore a causa della malnutrizione e non per la progressione della malattia. I dati arrivano dal primo studio europeo sulla nutrizione clinica in oncologia, condotto in Italia, Francia e Germania e che dimostra l’importanza di trattare la malnutrizione nei pazienti oncologici fin dai primi stadi della malattia. Lo studio clinico ‘La nutrizione in oncologia: un’opportunità per migliorare la cura’ è stato presentato in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia medica (ESMO).

La ricerca internazionale dimostra dunque che la nutrizione clinica è associata ad un significativo miglioramento dei pazienti e ad una miglior tolleranza della chemioterapia. Ad oggi, al contrario, solo una piccola minoranza di pazienti è sottoposta ad una valutazione dello stato nutrizionale e inizia una terapia nutrizionale clinica fin dalle prime fasi della malattia e della cura.

“Questo problema – spiega Vittorina Zagonel, che dirige l’Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica1 all’Istituto Oncologico Veneto – non ha solo implicazioni solo di ordine dietetico. Infatti le ricadute sul paziente, sono molteplici e di diversa natura, e possono includere immunodepressione, aumentato rischio di tossicità dei trattamenti, peggioramento della qualità di vita, maggiori probabilità di infezioni, ricoveri prolungati, (ri)ospedalizzazione, ritardo nella guarigione delle ferite, fino alla riduzione delle aspettative di vita e al relativo aumento dei costi assistenziali che ciascuno di questi fattori comporta”.

“Sul campione dei 69mila pazienti con tumore metastatico gastrointestinale o uro-genitale analizzati – aggiunge Francesco Di Costanzo, direttore di Oncologia Medica, Università Careggi di Firenze, e primo autore dello studio italiano – solo l’8.4% ha ricevuto un supporto di nutrizione clinica. Quelli ai quali è stata somministrata hanno dimostrato un significativo miglioramento in termini di sopravvivenza se comparati a quelli malnutriti; inoltre, un avvio precoce della nutrizione clinica per via parenterale è associata a miglioramenti significativi e ad una maggiore sopravvivenza sia nei pazienti con metastasi sia in quelli non metastatici”. Questo tema è una delle questioni emergenti in oncologia, e finalmente ora si stanno prendendo le dovute misure.

Tumore del seno, aumentano le diagnosi ma si guarisce di più

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Tumore del seno, aumentano le diagnosi ma si guarisce di più

Grazie alla diagnosi precoce oggi si possono ‘scovare’ con più facilità i tumori, anche quello del seno. Per questo l’aumento di cui si parla non è da leggere in modo negativo. Anzi. Scoprire prima e meglio il tumore, consente di poterlo curare subito e bene, e – come sempre più spesso accade – di guarire completamente. Non a caso la mortalità per il tumore del seno è in calo del 4%. Un calo costante da ormai molti anni. Ne parla su Repubblica la giornalista Margherita Terasso, con il prof. Fabio Puglisi che dirige la struttura complessa di oncologia medica del CRO di Aviano, uno dei centri più importanti per la cura del tumore in Italia. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Da 48mila a 52.800 casi in cinque anni: il tumore al seno non smette di segnare la vita delle donne italiane. Cresce in termini percentuali (+10% dal 2013) e resta, in assoluto, la neoplasia più diffusa e diagnosticata tra la popolazione femminile: un tumore ogni tre (29%) è infatti un tumore mammario. Un aumento dell’incidenza a cui, fortunatamente, non ha fatto seguito quello della mortalità, che invece cala del 4%. Spieghiamo: si tratta di un tumore che continua a colpire duramente, ma che l’oncologia italiana combatte in modo sempre più efficace. E in Friuli? Lo scorso anno i nuovi casi registrati sono stati 1.350, ma la percentuale di sopravvivenza registrata, a cinque anni, si è attestata sull’88%, un punto in più della media nazionale. I numeri sono stati presentati in occasione del convegno nazionale Focus sul Carcinoma Mammario che si è aperto oggi a Udine e riunisce oltre 300 medici da tutta Italia. Lo scopo è fare il punto sulle ultime novità emerse dalla ricerca medico-scientifica.

• COME SI SPIEGA L’AUMENTO DELL’INCIDENZA
Alla conferenza di presentazione dell’evento, Fabio Puglisi, direttore Struttura Operativa Complessa di Oncologia Medica al Cro, Centro di riferimento Oncologico di Aviano, ha subito definito la situazione. “Le diagnosi di tumore mammario, che tocca l’uomo solo per l’1% ed è quindi considerato tumore di genere, sono in crescita per due ragioni – spiega. Perché è aumentata l’età media, e i tumori colpiscono soprattutto in età avanzata; e poi perché vengono realizzate più diagnosi, estendendo la fascia d’età tra 45 e 50 anni”. Per quanto riguarda la mortalità si assiste a un calo significativo, dello 0,8% all’anno, grazie al combinato disposto tra “diagnosi precoce attraverso i programmi di screening” e “miglioramento dei trattamenti, sempre più efficaci”. Il tasso di sopravvivenza in Italia a cinque anni si attesta all’87% mentre la media europea è dell’82%. La percentuale sale fino ad oltre il 90% quando sono coinvolte donne con meno di 65 anni.

• LE NUOVE ARMI A BERSAGLIO MOLECOLARE
“Stiamo ottenendo buoni risultati nel superare i meccanismi di resistenza al trattamento anti-ormonale del carcinoma – riferisce Lucia Del Mastro, coordinatrice della Breast Unit dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova: “Si stanno sviluppando nuovi farmaci, come gli immunoconiugati, che sono in grado di riconoscere il loro bersaglio cellulare e di liberare gli agenti chemioterapici direttamente nella sede tumorale su cui devono agire”. Se ne parla ancora poco, “ma i primi risultati sono estremamente interessanti e le cure sono ancora in via di sperimentazione. L’unica già disponibile in Italia è il TDM-1, un agente disponibile per il carcinoma HER2 positivo”.

• L’IMMUNOTERAPIA NEL CANCRO AL SENO
Sta emergendo poi la possibilità di trattamento con l’immunoterapia, già usata per il tumore polmonare, che attraverso appositi farmaci spinge il sistema immunitario a contrastare il cancro. “L’immunoterapia per il tumore al seno ha un po’ stentato – precisa Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Senologia e Toraco-Polmonare dell’Istituto Tumori di Napoli – ma alcuni mesi fa abbiamo visto i primi risultati positivi con un farmaco immunoterapico, l’atezolizumab, che, aggiunto alla chemioterapia, ne potenzia l’efficacia in circa la metà dei tumori ‘triplo-negativi’ in fase avanzata. Per ora si tratta di un trattamento sperimentale, ma sono ottimista”.

• I PROGRESSI NELLA DIAGNOSI
Chiara Zuiani, past-president della sezione di Senologia della Società Italiana Radiologia Medica, sottolinea l’importanza della diagnosi precoce per identificare la patologia: “Oltre alla mammografia, strumento di riferimento, alcune categorie di donne dovrebbero ogni anno sottoporsi ad una risonanza magnetica mammaria con mezzo di contrasto, per esempio le portatrici di una mutazione dei geni BRCA o quelle che hanno un’importante storia familiare di carcinoma mammario” afferma. Ma è fondamentale sapere che nessuna indagine è perfetta. “La mammografia può non vedere un tumore – aggiunge Zuiani – e questo è alla base dello sforzo del settore dell’imaging nel cercare nuove tecniche: ad esempio, stiamo valutando l’efficacia e il costo della mammografia digitale e la sua evoluzione, quella tridimensionale. Nei prossimi anni questi nuovi strumenti impatteranno in maniera significativa”. Sono 12mila ogni anno i nuovi casi di tumore metastatico, comprese le recidive. “Il ritardo diagnostico ha delle conseguenze – conclude Puglisi: “La persona, sia dal punto di vista chirurgico sia delle terapie mediche, parte svantaggiata e ha maggiore probabilità di cadere nella recidiva, al di là delle caratteristiche intrinseche del tumore, più o meno aggressivo”.

Margherita Terasso

Tumore del rene. Una ‘doppietta’ può allungare la sopravvivenza

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Tumore del rene. Una ‘doppietta’ può allungare la sopravvivenza

È appena stato pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine uno studio che dimostra come utilizzare insieme due farmaci possa portare importanti miglioramenti in termini di sopravvivenza per chi è colpito da una forma, tra le più comuni, di tumore del rene: il carcinoma a cellule renali. Il tumore del rene resta una delle forme più difficili da affrontare, sia per i pazienti, che per i medici ed i ricercatori. Ma anche qui, grazie allo studio e all’impegno di migliaia di persone, si iniziano a fare passi avanti con risultati importanti. Aumentare la sopravvivenza, insieme ad una buona qualità di vita, è uno di questi. La notizia è stata riportata dal quotidiano La Repubblica, nella sua sezione Oncoline. Per l’occasione sono stati sentit due esperti: Camillo Porta, professore associato di oncologia medica presso l’Università di Pavia e direttore della divisione di oncologia traslazionale degli Istituti Clinici Scientifici Maugeri, sempre di Pavia, e Thomas Powles, lead investigator dello studio KEYNOTE–426, professore di oncologia genitourinaria, responsabile della ricerca sui tumori solidi al Barts Cancer Institute e direttore del Barts Cancer Centre.

Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Tumore del rene, ecco la combinazione che allunga la sopravvivenza

Nei casi più gravi, il mix di pembrolizumab e axitinib ha diminuito il rischio di morte e aumentato la sopravvivenza libera da malattia. I risultati pubblicati sul New England Journal of Medicine

L’unione fa la forza. Nei casi più gravi di carcinoma del rene, la combinazione fra un farmaco che risveglia il sistema immunitario e una molecola che colpisce alcune delle funzioni essenziali delle cellule funziona meglio dell’attuale standard di cura. Lo dimostra uno studio presentato in questi giorni al congresso internazionale sui tumori genitourinari (Genitourinary Cancers Symposium, ASCO GU) e pubblicato sul New England Journal of Medicine. “Questi risultati rappresentano un reale cambiamento di paradigma del trattamento in prima linea della malattia in fase metastatica – spiega Camillo Porta, professore associato di Oncologia Medica presso l’Università di Pavia e Direttore della Divisione di Oncologia Traslazionale degli Istituti Clinici Scientifici Maugeri, sempre a Pavia –. Per la prima volta, infatti, la sopravvivenza libera da progressione ha superato i 15 mesi e i dati di sopravvivenza globale indicano una tendenza estremamente positiva. La combinazione ha inoltre evidenziato un buon profilo di tollerabilità, in linea con il meccanismo di azione delle due molecole. Questo studio pone le basi per un cambiamento nella pratica clinica quotidiana: siamo di fronte a un nuovo standard terapeutico che costituirà il termine di paragone per la futura ricerca scientifica su questa neoplasia”.

I RISULTATI

Il regime di combinazione è composto da pembrolizumab, molecola immunoterapica anti–PD–1, e axitinib, inibitore tirosin chinasico: i risultati della prima analisi ad interim hanno mostrato che il mix di farmaci ha ridotto del 47% il rischio di morte – migliorando in modo significativo la sopravvivenza globale (OS) rispetto a sunitinib. Dopo un follow–up mediano di 12,8 mesi, il confronto tra i due bracci di trattamento ha evidenziato che le percentuali di sopravvivenza globale a 12 e a 18 mesi erano più elevate con la combinazione di pembrolizumab e axitinib rispetto a sunitinib, rispettivamente 89,9% versus 78,3% e 82,3% versus 72,1%. Anche le percentuali di sopravvivenza libera da progressione a 12 e 18 mesi erano a favore della combinazione (59,6% e 41,1%) rispetto a sunitinib (46,2% e 32,9%); il valore mediano di sopravvivenza libera da progressione era di 15,1 mesi versus 11,1 mesi, che si traduce in una riduzione significativa del 31% del rischio di progressione della malattia.

“Storicamente, i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato presentano tassi di sopravvivenza a 5 anni inferiori al 10%. Vista l’aggressività della malattia e la bassa prognosi a lungo termine, questi nuovi dati di sopravvivenza su pembrolizumab in combinazione con axitinib provenienti dallo studio KEYNOTE–426 offrono la possibilità di una nuova opzione di trattamento per i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato”, ha affermato Thomas Powles, lead investigator dello studio KEYNOTE–426, Professore di Oncologia Genitourinaria, Responsabile della Ricerca sui Tumori Solidi al Barts Cancer Institute e Direttore del Barts Cancer Centre. Sulla base di questi risultati, l’ente regolatorio americano (Food and Drug Adminitration, FDA) ha accordato la revisione prioritaria per una integrazione della richiesta di registrazione per farmaci biologici (sBLA) per pembrolizumab in combinazione con axitinib per il trattamento di prima linea dei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato.

IL CARCINOMA A CELLULE RENALI

Il carcinoma a cellule renali è di gran lunga la forma più comune di tumore del rene; circa 9 forme su 10 sono a cellule renali (RCCs). Il carcinoma a cellule renali è circa due volte più frequente negli uomini che nelle donne. Fattori di rischio modificabili comprendono il fumo, l’obesità, l’esposizione a sostanze nei luoghi di lavoro e l’ipertensione. Nel 2018 in tutto il mondo sono stati diagnosticati circa 403.000 casi di tumore del rene e sono state registrate circa 175.000 morti. Solo negli Stati Uniti, sono stimati 74.000 nuovi casi di tumore del rene nel 2019 e circa 15.000 morti per questa malattia.

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Tumori testa-collo, immunoterapia migliora la sopravvivenza. 835.000 nuove diagnosi stimate nel mondo nel 2018.

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Tumori testa-collo, immunoterapia migliora la sopravvivenza. 835.000 nuove diagnosi stimate nel mondo nel 2018.

23 ottobre 2018

Monaco

Contro il tumore della testa-collo recidivati o metastatici, l’immunoterapia con la molecola pembrolizumab in prima linea migliora la sopravvivenza. Il miglioramento della sopravvivenza è stato rilevato sia utilizzando l’immunoterapia come monoterapia nei tumori esprimenti PD-L1 sia in combinazione con chemioterapia nella popolazione totale di pazienti. Lo dimostra lo studio di Fase III KEYNOTE-048 presentato al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo). I primi dati del KEYNOTE-048 hanno mostrato che la monoterapia con pembrolizumab ha migliorato la sopravvivenza globale del 39% nei pazienti i cui tumori esprimono PD-L1.

“Si tratta di uno studio che aspettavamo da tempo – ha affermato Marco Benasso, Direttore della struttura complessa di oncologia della ASL2 Savona –. Infatti, era almeno un decennio che per questi pazienti non avevamo nuovi dati in grado di cambiare la pratica clinica. Il grande valore di questo studio è aver dimostrato come l’immunoterapia, e in particolare pembrolizumab, possa entrare a pieno titolo tra i trattamenti dei tumori della testa e del collo recidivati e metastatici anche in prima linea. La definizione del ruolo della combinazione tra pembrolizumab e chemioterapia, tuttavia, dovrà essere, a mio avviso, oggetto di ulteriore valutazione e discussione poichè i dati ad oggi presentati non sono ancora così maturi come quelli relativi alla monoterapia”.

Il tumore testa-collo comprende tumori che si sviluppano all’interno o attorno a faringe, laringe, seni nasali e paranasali, cavo orale. La maggior parte dei tumori testa-collo sono carcinomi a cellule squamose i cui principali fattori di rischio includono il consumo di tabacco e di alcol. Altri fattori di rischio comprendono l’infezione da HPV (Human Papillomavirus). A livello mondiale, si stima che nel 2018 verranno diagnosticati 835.000 nuovi casi di tumori testa-collo e che 431.000 persone moriranno a causa di questa malattia.