Tumore prostata, prevenzione possibile con finasteride

ESMO CONGRESS 2019 PER L’ITALIA

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Tumore prostata, prevenzione possibile con finasteride

A volte non è necessario temere i costi delle cure. Si scopre spesso che con farmaci poco costosi si possono ottenere grandi risultati. È il caso della finasteride, un farmaco usato da molti anni per la cura della ipertrofia prostatica benigna e che – da quanto dimostrato da uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine – è efficate anche come strategia per la prevenzione del tumore della prostata, il più diffuso tra gli uomini e ancora oggi molto pericoloso se diagnosticato tardi. Secondo i ricercatori autori dello studio questo farmaco potrebbe avere un grande impatto sulla salute pubblica, perché affidabile ed economico. E garantirebbe una strategia aggiuntiva a quelle già in uso per la lotta contro il cancro alla prostata, la cui incidenza secondo le stime dell’American Cancer Society sarebbe in aumento.

La giornalista Sara Pero ne ha parlato su La Repubblica con il prof. Sergio Bracarda, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni. Buona lettura

Carlo Buffoli 

 

Tumore della prostata, prevenzione sicura ed efficace con finasteride

Pubblicati sul New England Journal of Medicine i risultati di un ampio studio che ha coinvolto oltre 18mila persone, confermando l’utilità del farmaco nel ridurre il rischio di sviluppare questo tipo di cancro

“La finasteride è sicura, poco costosa ed efficace”. È questo il commento degli autori dell’ampio studio appena pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine. Il farmaco in questione – al momento utilizzato per l’ipertrofia prostatica benigna – sembra “funzionare” bene altresì come strategia preventiva del cancro alla prostata, anche a distanza di parecchio tempo. Non solo: non sembra esserci più alcun dubbio sull’esclusione che la sua assunzione possa essere associata a un aumentato rischio di sviluppare tumori più aggressivi. Sono questi i nuovi promettenti risultati di quello che rappresenta uno dei più ampi studi mai condotti su questa malattia oncologica – il Prostate Cancer Prevention Trial –, iniziato 25 anni fa coinvolgendo migliaia di persone selezionate tra il ‘93 e il ‘97 negli Stati Uniti e in Canada.

I RISULTATI DELLO STUDIO

“Da questa nuova analisi – commenta Sergio Bracarda, membro del Direttivo nazionale AIOM e Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni – emerge un dato interessante sull’efficacia della finasteride nella prevenzione del cancro alla prostata, in quanto viene confermata la possibilità di ridurre del 25% il rischio di sviluppare questo tipo di tumore, che purtroppo rappresenta la prima malattia oncologica per incidenza negli uomini. Non viene invece confermato il rischio di sviluppar forme più aggressive di tumore prostatico, dato che era sembrato emergere in passato. Questo con un follow up di ben 18 anni su una popolazione di quasi 19mila pazienti”.

Stando alle conclusioni dei ricercatori il farmaco potrebbe avere un grande impatto sulla salute pubblica, perché affidabile ed economico. E garantirebbe una strategia aggiuntiva a quelle già in uso per la lotta contro il cancro alla prostata, la cui incidenza secondo le stime dell’American Cancer Society sarebbe in aumento.

VERSO NUOVE STRATEGIE DI PREVENZIONE ONCOLOGICA

“Quello che dovremo capire in futuro – riflette Bracarda – sarà a chi far assumere il farmaco: se a tutta la popolazione maschile o soltanto ai pazienti a maggior rischio di tumore. Questo perché c’è un aspetto da non sottovalutare nel caso in cui la finasteride venisse somministrata a tappeto nella popolazione maschile come strategia preventiva, e cioè la riduzione del valore del Psa (test Antigene Prostatico Specifico), uno dei principali parametri considerati per valutare il rischio di avere un cancro alla prostata”. Generalmente, infatti, questo valore risulta alterato (con valori più alti rispetto al normale) in presenza di carcinoma alla prostata. “Una buona comunicazione medico–paziente – conclude lo specialista – diventerà indispensabile per evitare di sottostimare, o al contrario indagare quando non ce ne sarebbe bisogno, il rischio di avere questa malattia oncologica”.

Sara Pero

Leucemia: una cura senza chemio approvata dal Regno Unito

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Leucemia: una cura senza chemio approvata dal Regno Unito

In campo ematologico le cosiddette cure ‘chemio free’ sono ormai sempre più numerose. Alcune come ibrutinib sono in attesa di approvazione anche in Italia, anche in prima linea, cioè come trattamento di prima scelta. Una nuova combinazione di farmaci si avvicina per coloro che soffrono di leucemia linfatica cronica recidivante/refrattaria. Approvata dalla Commissione Europea, ora ha passato l’esame anche del NICE inglese, la nostra AIFA. Un passo importante perché la leucemia linfatica cronica è il tumore del sangue più comune, colpisce circa 1200 persone ogni anno in Italia. La giornalista Sara Pero ne ha parlato sul quotidiano La Repubblica, intervistando il prof. Antonio Cuneo, direttore della sezione di Ematologia dell’Università di Ferrara e raccogliendo anche le speranze di Felice Bombaci, Responsabile nazionale dei Gruppi Ail Pazienti (Associazione Italiana contro le leucemie i linfomi e il mieloma onlus). Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura.

Carlo Buffoli

Leucemia linfatica cronica, il Regno Unito approva la prima terapia chemio–free

L’Inghilterra ha appena approvato l’associazione di venetoclax e rituximab per i pazienti che non rispondono allo standard di cura. Un’opzione terapeutica che presto potrebbe essere disponibile anche nel nostro Paese

UNA nuova combinazione di farmaci che non prevede chemioterapia e che risulta più efficace contro la leucemia linfatica cronica recidivante/refrattaria (LLC R/R) sarà resa disponibile da parte del Servizio Sanitario Inglese ai pazienti già trattati in precedenza con le terapie standard. Preceduto dall’ok della Commissione europea dello scorso ottobre, l’Istituto Nazionale per la Salute e l’Eccellenza Clinica (Nice) del Regno Unito ha infatti approvato la combinazione chemio–free con venetoclax e rituximab. “Una decisione molto positiva per i pazienti inglesi. Ci auguriamo che anche l’Agenzia Italiana del Farmaco concluda rapidamente il processo di negoziazione per questa nuova opzione terapeutica e renda disponibile la terapia ai pazienti italiani che convivono con questa malattia oncologica”, ha commentato Felice Bombaci, Responsabile nazionale dei Gruppi Ail Pazienti (Associazione Italiana contro le leucemie i linfomi e il mieloma onlus).

IN COSA CONSISTE LA NUOVA COMBINAZIONE

La leucemia linfatica cronica è il tumore ematologico più comune: colpisce circa 1.200 persone ogni anno in Italia e comporta un accumulo di linfociti maturi (un tipo di globuli bianchi) per lo più nel sangue e nel midollo osseo. Purtroppo, la maggior parte dei pazienti trattati per LLC ha una recidiva della malattia. Rispetto alla terapia standard, basata sull’utilizzo di rituximab (un anticorpo monoclonale) in combinazione con la chemioterapia, la nuova strategia è chemio–free e consiste nella somministrazione dello stesso tipo di anticorpo, il rituximab appunto, ma in combinazione con venetoclax, un farmaco – il primo della sua classe – che si lega selettivamente alla proteina del linfoma–2 dei linfociti B (BCL–2), la proteina che si accumula e impedisce alle cellule tumorali di subire il loro processo naturale di morte o autodistruzione (apoptosi). Grazie a questo nuovo farmaco è possibile inibire la proteina in questione, ripristinando così il processo di autodistruzione delle cellule tumorali.

PIÙ EFFICACE E CHEMIO–FREE

La raccomandazione positiva del Nice si basa sui risultati dello studio di fase III MURANO, durante il quale sono stati valutati efficacia e sicurezza di questo nuovo trattamento rispetto al regime standard di chemio–immunoterapia con bendamustina in combinazione con rituximab.

“I dati dello studio MURANO hanno evidenziato che l’associazione venetoclax più rituximab ‘chemio–free’ è in grado di offrire una sopravvivenza libera da progressione di malattia superiore rispetto alla chemio–immunoterapia convenzionale. Inoltre, per la prima volta, un regime terapeutico che include una nuova molecola, venetoclax, combinato con un anticorpo monoclonale, può essere somministrato per un periodo fisso, ovvero per due anni, alla fine dei quali i pazienti possono interrompere l’assunzione del farmaco”, sottolinea Antonio Cuneo, direttore della sezione di Ematologia dell’Università di Ferrara. “E permetterà – conclude Bombaci – di vivere più a lungo con la prospettiva di un periodo senza trattamento, consentendo inoltre risparmi per il sistema sanitario nazionale”.

Sara Pero

World Cancer Day. Il cancro si sconfigge con screening e diagnosi precoci

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World Cancer Day. Il cancro si sconfigge con screening e diagnosi precoci

La diagnosi precoce resta la vera arma per sconfiggere il cancro. Lo screening, cioè i controlli periodici cui tutti dovremo sottoporci in base alle linee guida, resta fondamentale per la diagnosi precose di tumore. Sono due passaggi chiave che oggi possono essere gestiti in modo semplice e con poco impegno. Ormai quasi tutte le forme di tumore possono essere sottoposte a screening. E’ quindi fondamentale informarsi dal proprio medico di medicina generale, e seguire le indicazioni che molte ASL in Italia inviano ai cittadini al compimento dell’anno di età previsto per il singolo screening. Non a caso è proprio in occasione della giornata mondiale contro il cancro ci sia questo appello ‘mondiale’ che deve essere ascoltato e rilanciato. Ci aiuta Tiziana Moriconi sul quotidiano La Repubblica. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Più diagnosi precoci per battere il cancro. L’appello nel World Cancer Day

Nel 2018 oltre 18 milioni di persone hanno avuto una diagnosi di tumore: 5 milioni avrebbero potuto essere scoperti in fase precoce. E strategie migliori potrebbero evitare 3,4 milioni di morti all’anno

Cosa farai contro il cancro? Lunedì 4 febbraio è il World Cancer Day2019, la giornata giusta per provare a rispondere. Tutti possono contribuire alla campagna, mettendoci la faccia, letteralmente: creando poster o immagini da condividere sui social, lanciando un messaggio o raccontando la propria storia sul sito worldcancerday.org. Chiamare cittadini, organizzazioni, istituzioni e stati ad impegnarsi attivamente in azioni concrete è esattamente l’obiettivo di questo movimento globale, unico nel suo genere, promosso dalla Union for International Cancer Control (Uicc). Ed è anche il motivo conduttore della nuova campagna triennale che viene lanciata oggi “I am and I will” (“Io sono e sarò/farò”) sostenuta nel nostro Paese, tra gli altri, dalla Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e dalla Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO). Quest’anno i riflettori del World Cancer Day puntano sulla diagnosi precoce: nel 2018 – riporta la Uicc – nel mondo si sono avute più di 18 milioni di nuove diagnosi; oltre 5 milioni erano tumori a seno, cervice, colon–retto e cavo orale che potevano essere scoperti prima di quanto non sia avvenuto. Si stima, nel complesso, che mettendo in atto le strategie più appropriate per la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento, ogni anno potrebbero essere evitate 3,4 milioni di morti.

QUANDO IL TUMORE E’ SCOPERTO ‘PRIMA’

Che in molti casi gli screening e la diagnosi precoce migliorino la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti, riducendo il costo e la complessità dei trattamenti, è ormai assodato, come ha ricordato uno studio pubblicato sul British Medical Journal appena qualche giorno fa.

Negli Usa, il tasso di sopravvivenza a cinque anni per le donne con un tumore della cervice uterina diagnosticato in stadio avanzato è del 15% contro il 93% dei casi in cui non si è ancora diffuso. La stessa forbice si ritrova nei paesi meno ricchi. In India, per esempio, i tassi sono del 9 e del 78% rispettivamente. Nel nostro paese, i tumori al seno diagnosticati ogni anno in fase già metastatica sono circa il 7% dei nuovi casi (3.400 l’anno, oltre 8 al giorno), con una sopravvivenza a 5 cinque anni del 30% rispetto a una media dell’87%. Sul piano economico, nei paesi ad alto reddito i dati ci dicono che curare un tumore ai primi stadi è dalle due alle quattro volte meno dispendioso che trattare le fasi metastatiche. Tornando agli Usa, per esempio, si stima che la diagnosi precoce faccia risparmiare ogni anno circa 26 miliardi di dollari.

CONOSCERE PER PREVENIRE

Nel nostro paese la sopravvivenza a cinque anni è tra le più alte in Europa per molti tumori ed è aumentata rispetto al quinquennio precedente sia per gli uomini (54% contro il 51%) che per le donne (63% contro il 60%). Circa 3,3 milioni di persone hanno una diagnosi di cancro alle spalle. E sono diversi i fronti sui quali bisogna ancora agire. Il primo è la consapevolezza delle persone, che devono essere informate sui fattori di rischio e sulla prevenzione primaria, visto che solo modificando lo stile di vita si potrebbe evitare circa il 30% dei casi di cancro. Gli studi sulla prevenzione primaria continuano a confermarlo: una ricerca finanziata dall’Airc e condotta dal gruppo di Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Rozzano (MI), ha osservato che la diminuzione di circa il 30% dell’apporto calorico riduce la produzione di fattori di crescita e citochine che favoriscono l’infiammazione e la comparsa di tumori.

DIETA E NON SOLO

Altri due studi, anche questi realizzati con il contributo di Airc, suggeriscono che una dieta ricca di frutta e verdura e con quantità elevate di cereali ricchi di fibre faccia diminuire le probabilità di ammalarsi di tumori della testa e del collo, mentre l’olio di oliva extravergine avrebbe un ruolo protettivo nei confronti dei tumori intestinali. Se il fumo è poi un fattore di rischio noto per il cancro del polmone, non tutti sanno che è implicato in molte altre neoplasie, tra cui quelle uro–genitali. “Il fumo di sigaretta è responsabile, da solo, del 50% dei tumori al tratto urinario”, ricorda Alberto Lapini, presidente nazionale della SIUrO. Che sottolinea il peso di altri fattori come dieta, sedentarietà, consumo di alcolici e sovrappeso nell’insorgenza del cancro al rene e alla prostata. La prevenzione primaria passa anche per i vaccini. Basti pensare che in Australia, grazie a quello contro il papillomavirus umano (Hpv), si stima che il cancro al collo dell’utero sarà eradicato entro 20 anni. In Italia la campagna vaccinale è attualmente rivolta agli adolescenti di entrambi i sessi.

PUNTARE SULLA DIAGNOSI PRECOCE

Tornando alla diagnosi precoce, il primo fronte su cui agire è l’accesso agli screening oncologici. Che, per i tumori del collo dell’utero e del colon–retto, possono permettere di intervenire prima ancora che si sviluppi la neoplasia. Eppure questo dei programmi organizzati è un punto su cui permangono grandi differenze regionali, sia dal punto di vista dell’implementazione da parte delle istituzioni sia da quelle dell’aderenza da parte dei cittadini. Infatti, nelle regioni del Sud e delle isole, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si è osservata la riduzione della mortalità e dell’incidenza dei tumori della mammella, del colon–retto e della cervice uterina.

Vi sono poi le questioni della disponibilità dei servizi di patologia per la diagnosi, della possibilità di ottenere i referti in tempi rapidi, dell’accesso ai test genetici per i casi in cui sia evidente la familiarità, con la conseguente attivazione di percorsi di prevenzione ad hoc per le persone sane ma con mutazioni Brca, che presentano quindi un alto rischio di sviluppare alcuni tumori. Ogni Stato – dice la Uicc – si deve impegnare a ridurre lo stigma sociale del cancro, ad educare i cittadini, ad adottare e a far funzionare al meglio i programmi di screening per la popolazione e, in generale, a implementare programmi di diagnosi precoce, a rafforzare il percorso clinico – dal sospetto diagnostico al trattamento – e ad aumentare gli investimenti sul fronte della diagnosi.

Un ultimo punto su cui lavorare riguarda le barriere psicologiche che spesso portano le persone, in particolare gli uomini, a ignorare i possibili sintomi di una malattia oncologica. Remano contro la percezione del genere maschile nell’immaginario collettivo, la mancanza di messaggi per la salute diretti agli uomini, la paura e il senso di vergogna che ancora oggi accompagna il cancro. Nel Regno Unito, un’indagine ha rivelato che una persona su 4 non approfondirebbe un possibile sintomo per paura della diagnosi.

Tiziana Moriconi

Tumore della pelle: un aiuto dall’immunoterapia

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Tumore della pelle: un aiuto dall’immunoterapia

Un nuovo tipo di tumore, quello della pelle, entra a far parte di quelli che possono essere trattati con l’immunoterapia. Ad essere coinvolta è una forma rara di tumore della pelle, il carcinoma a cellule di Merkel. Ma come sempre, si parte da piccoli passi per poter poi sperare con nuovi studi di estendere le nuove cure anche alle forme più comuni di tumore della pelle. I promettenti risultati sono stati pubblicati sul prestigioso Journal of Clinical Oncology, e sono frutto di uno studio multicentrico americano nato dalla collaborazione tra i ricercatori del Bloomberg–Kimmel Institute for Cancer Immunotherapy di Baltimora e del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, insieme ad altri 11 centri medici statunitensi. Ne parla la giornalista Sara Pero sul quotidiano La Repubblica con una intervista al prof. Paolo Ascierto, che dirige l’Unità di Oncologia–Melanoma, Immunoterapia Oncologica e terapie innovative dell’Istituto Nazionale dei Tumori “Pascale” di Napoli. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

L’immunoterapia aumenta la sopravvivenza nel tumore raro della pelle

Pembrolizumab conferma la sua efficacia nel carcinoma a cellule di Merkel. In Italia non è disponibile con questa indicazione, ma a Napoli è in corso uno studio che ne sta valutando l’azione come primo trattamento da usare in questi pazienti

Si chiama pembrolizumab ed è un farmaco immunoterapico che viene già utilizzato nel nostro Paese per il trattamento di alcuni tipi di tumore, come il melanoma e il tumore del polmone, e che adesso sembra dare buoni risultati anche su un raro ma aggressivo tumore della pelle, il carcinoma a cellule di Merkel. Sono questi i risultati promettenti di uno studio multicentrico americano, pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, e frutto della collaborazione tra i ricercatori del Bloomberg–Kimmel Institute for Cancer Immunotherapy di Baltimora e del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, insieme ad altri 11 centri medici statunitensi. Una ricerca che ha confermato l’efficacia del farmaco che agisce sul sistema immunitario come strategia antitumorale in 50 pazienti oncologici colpiti da questa neoplasia rara e in stadio avanzato. Dati che sostengono la recente decisione dell’Fda – che risale a dicembre dello scorso anno – di accelerare l’approvazione del pembrolizumab come trattamento di prima linea per questo tipo di carcinoma, sia in pazienti adulti che pediatrici.

“Il pembrolizumab è un farmaco immunoterapico che aveva dato buoni risultati già in un trial clinico precedente, pubblicato sul New England nel 2016 e con questo nuovo studio se ne conferma l’efficacia anche per il trattamento del carcinoma a cellule di Merkel metastatico”, spiega Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli. Il farmaco testato nello studio agisce contro il carcinoma a cellule di Merkel bloccando PD–1, una molecola presente su alcuni globuli bianchi, spesso “manipolata” dalle cellule tumorali per scampare alla risposta del sistema immunitario. Pembrolizumab è stato utilizzato come prima linea di trattamento su 50 pazienti oncologici di circa 70 anni di età, ed è stato somministrato ogni tre settimane per circa due anni. I risultati dello studio suggeriscono come questo tipo di immunoterapia possa dare nella maggior parte dei casi buoni risultati: il farmaco ha funzionato bene per oltre la metà dei pazienti (56%).

IMMUNOTERAPIA BATTE CHEMIO

“Per un tumore così raro ma al tempo stesso particolarmente aggressivo come questo, la ricerca di nuove strategie antitumorali è fondamentale: fino a qualche anno fa – continua Ascierto – il carcinoma a cellule di Merkel metastatico veniva trattato esclusivamente con la chemioterapia, basata sui due farmaci antitumorali carboplatino e etoposide, che veniva somministrata per 6 cicli. Va detto però che raramente i pazienti riuscivano a sopravvivere oltre un anno dalla fine del trattamento. Negli ultimi anni, invece, l’immunoterapia è diventata l’opzione principale come strategia terapeutica, anche in prima linea, perché ci consente di ottenere in oltre il 50–60% dei pazienti una buona risposta, durevole nel tempo”.

L’IMMUNOTERAPIA APPROVATA IN ITALIA

Per il momento l’approvazione del pembrolizumab per questo tumore della pelle “non è stata richiesta né in Europa né in Italia – puntualizza Ascierto – e attualmente l’unica strategia immunoterapica disponibile nel nostro Paese per il carcinoma delle cellule di Merkel si basa su avelumab, un farmaco approvato sia negli Stati Uniti sia in Europa, e che ha avuto l’ok anche dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) lo scorso anno. Sebbene il bersaglio cellulare di questo farmaco sia diverso da quello colpito da pembrolizumab, entrambi agiscono rimuovendo lo stesso freno inibitorio stimolando l’attivazione del sistema immunitario sul tumore, pertanto possiamo dire che entrambi mostrano la stessa potenzialità terapeutica”.

IN CORSO UNO STUDIO IN ITALIA SUL PEMBROLIZUMAB

In questo momento, aggiunge Ascierto, “è in corso uno studio prospettico di fase II sull’efficacia di pembrolizumab come prima linea di trattamento per i pazienti con carcinoma a cellule di Merkel adulti e pediatrici”, che conclude: “Si tratta di un trial clinico che coinvolge l’Italia e di cui il nostro Istituto è il centro coordinatore nazionale. Al momento è in corso l’arruolamento dei pazienti, ma prevediamo di ottenere i primi risultati entro i prossimi due anni”.

COS’È IL CARCINOMA A CELLULE DI MERKEL

Si tratta di una rara forma di tumore della pelle, che si sviluppa da alcune cellule recettoriali localizzate sotto la cute, dette appunto cellule di Merkel. Una neoplasia molto aggressiva che colpisce ogni anno in Italia circa 250 persone, e per la quale la diagnosi precoce è fondamentale, visto l’alto rischio per questi pazienti di incorrere in metastasi. Questa malattia oncologica si manifesta generalmente come un nodulo color carne, rosso porpora–bluastro, sulla pelle del viso, sulla testa o sul collo, ma è possibile (sebbene meno frequentemente) che si faccia avanti anche in altre zone del corpo. Tra i fattori di rischio di questa neoplasia, l’età avanzata (solitamente colpisce persone over50), ma è stata osservata anche una correlazione con l’esposizione prolungata ai raggi UV. Non solo: anche l’immunosoppressione potrebbe aumentare il rischio di incorrere in questo tipo di tumore, così come l’infezione da Poliomavirus, un virus che sembrerebbe capace di dare avvio al processo di genesi tumorale.

Sara Pero

Millenials ‘sotto attacco’ da sei tipi di tumore

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Millenials ‘sotto attacco’ da sei tipi di tumore

Una importante ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista The Lancet Public Health, svela i retroscena sul rapporto perverso tra stile di vita e probabilità di sviluppare un tumore. I ricercatori della società americana di oncologia (American Cancer Society) nello studio hanno esaminato circa 15 milioni di americani, cui è stato diagnosticato un tumore tra il 1995 e il 2014. Parliamo di giovani di 25–35 anni, i cosiddetti ‘millenials’, oggi più a rischio addirittura dei loro genitori. L’aumento riguarda in particolare sei tipi di tumore, rimasti in questi anni quasi sempre nell’ombra. Ne parla la giornalista Vera Martinella sul Corriere della Sera, aiutandoci, insieme a due esperti, a capire come ad essere sotto accusa sia proprio lo stile di vita, e quindi il grasso viscerale e addominale. Quello che non si vede, ed è assai più pericoloso di quello che accumula in superficie. Gli esperti sono i proff. Maurizio Muscaritoli, ordinario di Medicina Interna al Dipartimento di Medicina Clinica e Direttore del Coordinamento Attività di Nutrizione Clinica alla Sapienza Università di Roma, e Giordano Beretta responsabile dell’Unità operativa di Oncologia medica di Humanitas Gavazzeni. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale (che – lo ricordiamo – è gratuito, ma richiede la sottoscrizione di un abbonamento dopo i primi 10 articoli letti ogni mese). Buona lettura.

Carlo Buffoli

INDAGINE USA

I 25enni più a rischio di cancro dei loro genitori a causa dell’obesità

I millennials, e soprattutto i 25–35enni, hanno maggiori probabilità di ammalarsi di uno dei sei tipi di cancro collegati ai chili di troppo. Già oggi i casi di tumore sono in aumento negli under 50. Ecco perché e cosa fare

Giovani adulti, tra i 24 e i 49 anni, che sempre più spesso si ammalano di cancro per colpa dei chili in eccesso e che oggi hanno il doppio delle probabilità di sviluppare un tumore rispetto ai loro genitori o nonni quando avevano la loro età. La pericolosa tendenza è in aumento negli Stat Uniti e a lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’American Cancer Society che nei giorni scorsi hanno pubblicato uno studio sulla rivista scientifica The Lancet Public Health. Dopo aver esaminato i dati relativi a quasi 15 milioni di americani ai quali è stato diagnosticato un tumore fra il 1995 e il 2014, gli scienziati hanno individuato il trend in ascesa nei più giovani di sei tipi di cancro direttamente collegato all’obesità: endometrio, cistifellea, rene, pancreas, mieloma multiplo (una neoplasia che colpisce il midollo osseo) e colon retto, che ero già stato al centro di una ricerca precedente giunta alle stesse preoccupanti conclusioni. Ad essere sotto accusa in particolare è il tipo di distribuzione corporea del grasso oltre alla sua quantità assoluta: il grasso viscerale e addominale, situato in profondità intorno agli organi centrali del corpo (come ad esempio intestino, cuore, fegato) e quindi non palpabile è ben più pericoloso del grasso sottocutaneo che si accumula in superficie, tra pelle e muscoli.

Lo studio: millennials più a rischio dei baby boomers

I tumori sono malattie tipiche dell’invecchiamento e, anche in Italia, circa la metà dei casi si registra in chi ha più di 60 anni. Un discorso che vale anche per le neoplasie scatenate dal peso eccessivo. Tuttavia, la nuova analisi americana mette in luce che fra i millennials (una definizione che indica la generazione del nuovo millennio e comprende i nati tra il 1980 e 2000) sono in crescita proprio quelle malattie causate dai chili di troppo finora più comuni in chi ha superato la soglia dei 65–70 anni. Un esempio su tutti, il temibile carcinoma del pancreas, fra le neoplasie ancora oggi più letali e che generalmente colpisce gli over 65: le statistiche hanno registrato un aumento dei 4,34 per cento di casi fra i 25 e i 29 anni, del 2,47 per cento nei 30–34enni, dell’1,31 per cento nei 35–39 e solo dello 0,72 per cento in chi ha fra i 40 e i 44 anni. E il rischio di sviluppare cancro al colon, endometrio, pancreas e cistifellea nei millennials risulta doppio rispetto a quello dei baby boomers (ovvero i nati all’incirca fra il 1946 e il 1965, che oggi hanno tra i 50 e i 70 anni) quando avevano la loro età.

L’obesità, un’epidemia anche italiana

Dei sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta, più di due superano il peso consigliato: hanno cioè un indice di massa corporea superiore a 25 (sopra il 30 inizia l’obesità). Un problema che riguarda da vicino anche l’Italia: “Dati recenti elaborati dell’Osservatorio Nazionale sulla salute rivelano che più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) del nostro Paese è in sovrappeso – spiega Maurizio Muscaritoli, presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo – mentre una persona su dieci è obesa (9,8%). Quasi la metà (45,1%) dei maggiorenni è in ‘eccesso ponderale’, cioè sovrappeso o obeso. Sempre in Italia, sono le persone tra i tra i 65 e i 74 anni quelle in cui si registrano percentuali più alte di eccesso ponderale: è sovrappeso il 52,6% degli uomini e il 40,3% delle donne; obeso il 16% dei primi e il 14,8% delle seconde”. Non va meglio, purtroppo, se si guarda ai più piccoli. Una recente indagine condotta da OKKIO ALLA SALUTE, su un campione di quasi 49mila bambini in età scolare ha messo in luce che quasi un terzo (il 31%) dei giovanissimi ha un peso superiore alle soglie raccomandate per l’età di appartenenza.

Il legame tra cancro e chili di troppo: ecco a cosa è dovuto

I chili in eccesso causano ben 4 milioni di morti ogni anno, il 40 per cento dei quali in persone che erano “soltanto” sovrappeso e non obese. Morti dovute soprattutto a malattie cardiovascolari, ma anche ai tumori. Qual è il legame fra grasso e cancro? Generalmente, per semplificare, si parla di una “relazione pericolosa” fra neoplasie e obesità, “ma la vera responsabile è la sindrome metabolica – chiarisce Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) –, che interviene in tutte le fasi del tumore, dalla formazione alla progressione, dalla resistenza alle terapie fino all’insorgenza di recidive. Una caratterizzata da aumento della circonferenza dell’addome, ipertensione arteriosa, ipertrigliceridemia, ridotti livelli di colesterolo “ buono” HDL e aumento della glicemia a digiuno”.

L’Italia

Le cifre allarmanti sui millennials riguardano anche l’Italia? “Ovviamente si, non esistono purtroppo frontiere geografiche o culturali in grado di arginare il cancro – risponde Muscaritoli, che è anche Ordinario di Medicina Interna al Dipartimento di Medicina Clinica e Direttore del Coordinamento Attività di Nutrizione Clinica alla Sapienza Università di Roma –. I meccanismi che legano l’eccesso di grasso all’aumentato rischio di ammalarsi di cancro sono gli stessi su tutto il pianeta: gli stili di vita inadeguati, caratterizzati da eccessiva assunzione di calorie a fronte di una attività fisica insufficiente, portano ad un accumulo di tessuto adiposo e ad un aumento sostenuto e persistente di alcuni ormoni, quali innanzi tutto l’insulina e l’IGF–1 che hanno potenti azioni anatoliche. L’accumulo di grasso, soprattutto il cosiddetto grasso viscerale, favorisce il rilascio di sostanze che provocano l’infiammazione oggi considerata un potente stimolatore della crescita tumorale”.

Quali sono i parametri da monitorare

“Diversi studi hanno messo chiaramente in evidenza che l’eccessivo peso non solo fa crescere le possibilità di ammalarsi, ma anche di morire di cancro – conclude Beretta, responsabile dell’Unità operativa di Oncologia medica di Humanitas Gavazzeni –. Chi è obeso rischia di sviluppare forme più aggressive e difficili da curare, così come ha maggiori probabilità di avere una recidiva di un precedente tumore o di andare incontro a complicanze durante le cure. Nel paziente obeso il trattamento rischia di essere ridotto o eccessivo a causa della differente distribuzione del farmaco che si verifica nel grasso corporeo. Fortunatamente sappiamo anche che dimagrire contribuisce, concretamente, a migliorare la situazione. Per tenere sotto controllo il proprio peso corporeo sono importanti due parametri: l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index) che si ottiene dividendo il peso (espresso in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza e la circonferenza della vita (misurata all’altezza dell’ombelico), che è un indice del tessuto adiposo addominale in relazione al rischio di malattie cardiovascolari e dismetaboliche e che non dovrebbe superare gli 80 centimetri”.

Vera Martinella

Menarini Ricerche, tre studi clinici al congresso ASCO 2019

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Menarini Ricerche, tre studi clinici al congresso ASCO 2019

Chicago, 3 giugno 2019 – La ricerca farmaceutica italiana resta leader al mondo anche in ambito oncologico. Il Gruppo Menarini sarà presente al congresso americano di oncologia ASCO 2019 con tre presentazioni di alto profilo che coinvolgono Italia, Europa e Stati Uniti. Al centro dell’attenzione patologie oncologiche su seno e sangue.

Il primo studio riguarda il tumore del seno, si chiama “B-PRECISE-01” e vede protagonista la molecola denominata MEN1611, un potente inibitore della PI3K (fosfatidilinositolo-3-chinasi, selettivo per la classe I), un enzima responsabile di importanti segnali che promuovono la sopravvivenza e la proliferazione della cellula tumorale.

“Circa il 25% delle donne con tumore al seno avanzato positivo al recettore degli estrogeni presenta mutazioni PIK3CA, questo significa che si lavora su numeri importanti nell’ambito del carcinoma mammario”.

Questo studio è al momento in corso in Europa, con l’obiettivo di selezionare la dose raccomandata per la fase 2 e rilevare un’attività clinica preliminare di MEN1611 in combinazione con altri farmaci (trastuzumab +/- fulvestrant).

Il disegno dello studio clinico B.PRECISE-01 è un esempio di terapie mirate che possono essere sviluppate con approcci di medicina di precisione e dirette a un sottogruppo di pazienti con elevato medical need.

Il secondo studio riguarda i tumori del sangue, cosiddetti ‘ematologici’. Qui sarà presentato il poster “CLI24-001” che riguarda la leucemia mieloide acuta, e sarà mostrato per la prima volta il disegno del primo studio clinico nell’uomo “DIAMOND-01” in pazienti con leucemia mieloide acuta (di prima diagnosi, recidivante o refrattaria e con nessuna opzione terapeutica disponibile). Insomma una grande speranza per i pazienti. Questo studio valuta per la prima volta un doppio inibitore, MEN1703, sia della chinasi PIM che della chinasi FLT3, a prescindere dello stato mutazionale FLT3, e con il potenziale di scavalcare eventuali resistenze ai tipici trattamenti con inibitori esclusivi di FLT3. L’obiettivo principale di questo studio, condotto negli Stati Uniti, è quello di identificare la dose da utilizzare per i successivi studi clinici.

Un terzo abstract analizzerà i risultati di uno studio retrospettivo volto a valutare l’espressione del CD205 su campioni di tessuto di pazienti con cancro della mammella triplo negativo, adenocarcinoma pancreatico e carcinoma uroteliale della vescica.

Il CD205 è l’antigene bersaglio di MEN1309/OBT076, un anticorpo IgG1 umanizzato specifico per CD205, coniugato ad una tossina.La tossina quindi è in grado di uccidere la cellula tumorale a cui il MEN1309 si lega.

Per MEN1309/OBT076, attualmente in fase I in Europa (studio CD205-SHUTTLE), si stanno arruolando pazienti affetti da tumori solidi e linfoma Non-Hodgkin. Un secondo studio di fase I partirà molto presto in USA. I risultati ottenuti da questo studio sulla distribuzione dell’antigene, saranno importanti per supportare lo sviluppo clinico di MEN1309 in questi tipi di tumore. Anche questo studio clinico segue un approccio di oncologia di precisione, reclutando solo pazienti positivi per l’espressione del target terapeutico CD205. Tale studio è stato a sua volta oggetto di presentazione come poster allo stesso congresso dell’ASCO lo scorso anno.

Il contributo di Menarini Ricerche all’ASCO, con questi tre progetti, dimostra ancora una volta la qualità della ricerca oncologica in Italia, e la determinazione di Menarini nel voler contribuire in modo sostanziale alla cura del cancro, investendo nello sviluppo di terapie innovative con l’obiettivo di offrire soluzioni a pazienti che ad oggi hanno opzioni terapeutiche limitate e prognosi sfavorevoli.