Tumori: il 40% dei pazienti è malnutrito. Gli esperti: “La nutrizione clinica migliora sopravvivenza e cure. Serve più attenzione”.

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Tumori: il 40% dei pazienti è malnutrito, il 25% muore per malnutrizione e non per la malattia. Gli esperti: “La nutrizione clinica migliora sopravvivenza e cure. Serve più attenzione”.

22 ottobre 2018

Monaco

Circa il 40% dei pazienti oncologici in Europa (sicuramente una sottostima, in Italia il dato è maggiore) è malnutrito ed un quarto dei pazienti malati di cancro muore a causa della malnutrizione e non per la progressione della malattia. I dati arrivano dal primo studio europeo sulla nutrizione clinica in oncologia, condotto in Italia, Francia e Germania e che dimostra l’importanza di trattare la malnutrizione nei pazienti oncologici fin dai primi stadi della malattia. Lo studio clinico ‘La nutrizione in oncologia: un’opportunità per migliorare la cura’ è stato presentato in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia medica (ESMO).

La ricerca internazionale dimostra dunque che la nutrizione clinica è associata ad un significativo miglioramento dei pazienti e ad una miglior tolleranza della chemioterapia. Ad oggi, al contrario, solo una piccola minoranza di pazienti è sottoposta ad una valutazione dello stato nutrizionale e inizia una terapia nutrizionale clinica fin dalle prime fasi della malattia e della cura.

“Questo problema – spiega Vittorina Zagonel, che dirige l’Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica1 all’Istituto Oncologico Veneto – non ha solo implicazioni solo di ordine dietetico. Infatti le ricadute sul paziente, sono molteplici e di diversa natura, e possono includere immunodepressione, aumentato rischio di tossicità dei trattamenti, peggioramento della qualità di vita, maggiori probabilità di infezioni, ricoveri prolungati, (ri)ospedalizzazione, ritardo nella guarigione delle ferite, fino alla riduzione delle aspettative di vita e al relativo aumento dei costi assistenziali che ciascuno di questi fattori comporta”.

“Sul campione dei 69mila pazienti con tumore metastatico gastrointestinale o uro-genitale analizzati – aggiunge Francesco Di Costanzo, direttore di Oncologia Medica, Università Careggi di Firenze, e primo autore dello studio italiano – solo l’8.4% ha ricevuto un supporto di nutrizione clinica. Quelli ai quali è stata somministrata hanno dimostrato un significativo miglioramento in termini di sopravvivenza se comparati a quelli malnutriti; inoltre, un avvio precoce della nutrizione clinica per via parenterale è associata a miglioramenti significativi e ad una maggiore sopravvivenza sia nei pazienti con metastasi sia in quelli non metastatici”. Questo tema è una delle questioni emergenti in oncologia, e finalmente ora si stanno prendendo le dovute misure.

Tumore del seno, aumentano le diagnosi ma si guarisce di più

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Tumore del seno, aumentano le diagnosi ma si guarisce di più

Grazie alla diagnosi precoce oggi si possono ‘scovare’ con più facilità i tumori, anche quello del seno. Per questo l’aumento di cui si parla non è da leggere in modo negativo. Anzi. Scoprire prima e meglio il tumore, consente di poterlo curare subito e bene, e – come sempre più spesso accade – di guarire completamente. Non a caso la mortalità per il tumore del seno è in calo del 4%. Un calo costante da ormai molti anni. Ne parla su Repubblica la giornalista Margherita Terasso, con il prof. Fabio Puglisi che dirige la struttura complessa di oncologia medica del CRO di Aviano, uno dei centri più importanti per la cura del tumore in Italia. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Da 48mila a 52.800 casi in cinque anni: il tumore al seno non smette di segnare la vita delle donne italiane. Cresce in termini percentuali (+10% dal 2013) e resta, in assoluto, la neoplasia più diffusa e diagnosticata tra la popolazione femminile: un tumore ogni tre (29%) è infatti un tumore mammario. Un aumento dell’incidenza a cui, fortunatamente, non ha fatto seguito quello della mortalità, che invece cala del 4%. Spieghiamo: si tratta di un tumore che continua a colpire duramente, ma che l’oncologia italiana combatte in modo sempre più efficace. E in Friuli? Lo scorso anno i nuovi casi registrati sono stati 1.350, ma la percentuale di sopravvivenza registrata, a cinque anni, si è attestata sull’88%, un punto in più della media nazionale. I numeri sono stati presentati in occasione del convegno nazionale Focus sul Carcinoma Mammario che si è aperto oggi a Udine e riunisce oltre 300 medici da tutta Italia. Lo scopo è fare il punto sulle ultime novità emerse dalla ricerca medico-scientifica.

• COME SI SPIEGA L’AUMENTO DELL’INCIDENZA
Alla conferenza di presentazione dell’evento, Fabio Puglisi, direttore Struttura Operativa Complessa di Oncologia Medica al Cro, Centro di riferimento Oncologico di Aviano, ha subito definito la situazione. “Le diagnosi di tumore mammario, che tocca l’uomo solo per l’1% ed è quindi considerato tumore di genere, sono in crescita per due ragioni – spiega. Perché è aumentata l’età media, e i tumori colpiscono soprattutto in età avanzata; e poi perché vengono realizzate più diagnosi, estendendo la fascia d’età tra 45 e 50 anni”. Per quanto riguarda la mortalità si assiste a un calo significativo, dello 0,8% all’anno, grazie al combinato disposto tra “diagnosi precoce attraverso i programmi di screening” e “miglioramento dei trattamenti, sempre più efficaci”. Il tasso di sopravvivenza in Italia a cinque anni si attesta all’87% mentre la media europea è dell’82%. La percentuale sale fino ad oltre il 90% quando sono coinvolte donne con meno di 65 anni.

• LE NUOVE ARMI A BERSAGLIO MOLECOLARE
“Stiamo ottenendo buoni risultati nel superare i meccanismi di resistenza al trattamento anti-ormonale del carcinoma – riferisce Lucia Del Mastro, coordinatrice della Breast Unit dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova: “Si stanno sviluppando nuovi farmaci, come gli immunoconiugati, che sono in grado di riconoscere il loro bersaglio cellulare e di liberare gli agenti chemioterapici direttamente nella sede tumorale su cui devono agire”. Se ne parla ancora poco, “ma i primi risultati sono estremamente interessanti e le cure sono ancora in via di sperimentazione. L’unica già disponibile in Italia è il TDM-1, un agente disponibile per il carcinoma HER2 positivo”.

• L’IMMUNOTERAPIA NEL CANCRO AL SENO
Sta emergendo poi la possibilità di trattamento con l’immunoterapia, già usata per il tumore polmonare, che attraverso appositi farmaci spinge il sistema immunitario a contrastare il cancro. “L’immunoterapia per il tumore al seno ha un po’ stentato – precisa Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Senologia e Toraco-Polmonare dell’Istituto Tumori di Napoli – ma alcuni mesi fa abbiamo visto i primi risultati positivi con un farmaco immunoterapico, l’atezolizumab, che, aggiunto alla chemioterapia, ne potenzia l’efficacia in circa la metà dei tumori ‘triplo-negativi’ in fase avanzata. Per ora si tratta di un trattamento sperimentale, ma sono ottimista”.

• I PROGRESSI NELLA DIAGNOSI
Chiara Zuiani, past-president della sezione di Senologia della Società Italiana Radiologia Medica, sottolinea l’importanza della diagnosi precoce per identificare la patologia: “Oltre alla mammografia, strumento di riferimento, alcune categorie di donne dovrebbero ogni anno sottoporsi ad una risonanza magnetica mammaria con mezzo di contrasto, per esempio le portatrici di una mutazione dei geni BRCA o quelle che hanno un’importante storia familiare di carcinoma mammario” afferma. Ma è fondamentale sapere che nessuna indagine è perfetta. “La mammografia può non vedere un tumore – aggiunge Zuiani – e questo è alla base dello sforzo del settore dell’imaging nel cercare nuove tecniche: ad esempio, stiamo valutando l’efficacia e il costo della mammografia digitale e la sua evoluzione, quella tridimensionale. Nei prossimi anni questi nuovi strumenti impatteranno in maniera significativa”. Sono 12mila ogni anno i nuovi casi di tumore metastatico, comprese le recidive. “Il ritardo diagnostico ha delle conseguenze – conclude Puglisi: “La persona, sia dal punto di vista chirurgico sia delle terapie mediche, parte svantaggiata e ha maggiore probabilità di cadere nella recidiva, al di là delle caratteristiche intrinseche del tumore, più o meno aggressivo”.

Margherita Terasso

Tumore del rene. Una ‘doppietta’ può allungare la sopravvivenza

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Tumore del rene. Una ‘doppietta’ può allungare la sopravvivenza

È appena stato pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine uno studio che dimostra come utilizzare insieme due farmaci possa portare importanti miglioramenti in termini di sopravvivenza per chi è colpito da una forma, tra le più comuni, di tumore del rene: il carcinoma a cellule renali. Il tumore del rene resta una delle forme più difficili da affrontare, sia per i pazienti, che per i medici ed i ricercatori. Ma anche qui, grazie allo studio e all’impegno di migliaia di persone, si iniziano a fare passi avanti con risultati importanti. Aumentare la sopravvivenza, insieme ad una buona qualità di vita, è uno di questi. La notizia è stata riportata dal quotidiano La Repubblica, nella sua sezione Oncoline. Per l’occasione sono stati sentit due esperti: Camillo Porta, professore associato di oncologia medica presso l’Università di Pavia e direttore della divisione di oncologia traslazionale degli Istituti Clinici Scientifici Maugeri, sempre di Pavia, e Thomas Powles, lead investigator dello studio KEYNOTE–426, professore di oncologia genitourinaria, responsabile della ricerca sui tumori solidi al Barts Cancer Institute e direttore del Barts Cancer Centre.

Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Tumore del rene, ecco la combinazione che allunga la sopravvivenza

Nei casi più gravi, il mix di pembrolizumab e axitinib ha diminuito il rischio di morte e aumentato la sopravvivenza libera da malattia. I risultati pubblicati sul New England Journal of Medicine

L’unione fa la forza. Nei casi più gravi di carcinoma del rene, la combinazione fra un farmaco che risveglia il sistema immunitario e una molecola che colpisce alcune delle funzioni essenziali delle cellule funziona meglio dell’attuale standard di cura. Lo dimostra uno studio presentato in questi giorni al congresso internazionale sui tumori genitourinari (Genitourinary Cancers Symposium, ASCO GU) e pubblicato sul New England Journal of Medicine. “Questi risultati rappresentano un reale cambiamento di paradigma del trattamento in prima linea della malattia in fase metastatica – spiega Camillo Porta, professore associato di Oncologia Medica presso l’Università di Pavia e Direttore della Divisione di Oncologia Traslazionale degli Istituti Clinici Scientifici Maugeri, sempre a Pavia –. Per la prima volta, infatti, la sopravvivenza libera da progressione ha superato i 15 mesi e i dati di sopravvivenza globale indicano una tendenza estremamente positiva. La combinazione ha inoltre evidenziato un buon profilo di tollerabilità, in linea con il meccanismo di azione delle due molecole. Questo studio pone le basi per un cambiamento nella pratica clinica quotidiana: siamo di fronte a un nuovo standard terapeutico che costituirà il termine di paragone per la futura ricerca scientifica su questa neoplasia”.

I RISULTATI

Il regime di combinazione è composto da pembrolizumab, molecola immunoterapica anti–PD–1, e axitinib, inibitore tirosin chinasico: i risultati della prima analisi ad interim hanno mostrato che il mix di farmaci ha ridotto del 47% il rischio di morte – migliorando in modo significativo la sopravvivenza globale (OS) rispetto a sunitinib. Dopo un follow–up mediano di 12,8 mesi, il confronto tra i due bracci di trattamento ha evidenziato che le percentuali di sopravvivenza globale a 12 e a 18 mesi erano più elevate con la combinazione di pembrolizumab e axitinib rispetto a sunitinib, rispettivamente 89,9% versus 78,3% e 82,3% versus 72,1%. Anche le percentuali di sopravvivenza libera da progressione a 12 e 18 mesi erano a favore della combinazione (59,6% e 41,1%) rispetto a sunitinib (46,2% e 32,9%); il valore mediano di sopravvivenza libera da progressione era di 15,1 mesi versus 11,1 mesi, che si traduce in una riduzione significativa del 31% del rischio di progressione della malattia.

“Storicamente, i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato presentano tassi di sopravvivenza a 5 anni inferiori al 10%. Vista l’aggressività della malattia e la bassa prognosi a lungo termine, questi nuovi dati di sopravvivenza su pembrolizumab in combinazione con axitinib provenienti dallo studio KEYNOTE–426 offrono la possibilità di una nuova opzione di trattamento per i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato”, ha affermato Thomas Powles, lead investigator dello studio KEYNOTE–426, Professore di Oncologia Genitourinaria, Responsabile della Ricerca sui Tumori Solidi al Barts Cancer Institute e Direttore del Barts Cancer Centre. Sulla base di questi risultati, l’ente regolatorio americano (Food and Drug Adminitration, FDA) ha accordato la revisione prioritaria per una integrazione della richiesta di registrazione per farmaci biologici (sBLA) per pembrolizumab in combinazione con axitinib per il trattamento di prima linea dei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato.

IL CARCINOMA A CELLULE RENALI

Il carcinoma a cellule renali è di gran lunga la forma più comune di tumore del rene; circa 9 forme su 10 sono a cellule renali (RCCs). Il carcinoma a cellule renali è circa due volte più frequente negli uomini che nelle donne. Fattori di rischio modificabili comprendono il fumo, l’obesità, l’esposizione a sostanze nei luoghi di lavoro e l’ipertensione. Nel 2018 in tutto il mondo sono stati diagnosticati circa 403.000 casi di tumore del rene e sono state registrate circa 175.000 morti. Solo negli Stati Uniti, sono stimati 74.000 nuovi casi di tumore del rene nel 2019 e circa 15.000 morti per questa malattia.

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Tumori testa-collo, immunoterapia migliora la sopravvivenza. 835.000 nuove diagnosi stimate nel mondo nel 2018.

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Tumori testa-collo, immunoterapia migliora la sopravvivenza. 835.000 nuove diagnosi stimate nel mondo nel 2018.

23 ottobre 2018

Monaco

Contro il tumore della testa-collo recidivati o metastatici, l’immunoterapia con la molecola pembrolizumab in prima linea migliora la sopravvivenza. Il miglioramento della sopravvivenza è stato rilevato sia utilizzando l’immunoterapia come monoterapia nei tumori esprimenti PD-L1 sia in combinazione con chemioterapia nella popolazione totale di pazienti. Lo dimostra lo studio di Fase III KEYNOTE-048 presentato al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo). I primi dati del KEYNOTE-048 hanno mostrato che la monoterapia con pembrolizumab ha migliorato la sopravvivenza globale del 39% nei pazienti i cui tumori esprimono PD-L1.

“Si tratta di uno studio che aspettavamo da tempo – ha affermato Marco Benasso, Direttore della struttura complessa di oncologia della ASL2 Savona –. Infatti, era almeno un decennio che per questi pazienti non avevamo nuovi dati in grado di cambiare la pratica clinica. Il grande valore di questo studio è aver dimostrato come l’immunoterapia, e in particolare pembrolizumab, possa entrare a pieno titolo tra i trattamenti dei tumori della testa e del collo recidivati e metastatici anche in prima linea. La definizione del ruolo della combinazione tra pembrolizumab e chemioterapia, tuttavia, dovrà essere, a mio avviso, oggetto di ulteriore valutazione e discussione poichè i dati ad oggi presentati non sono ancora così maturi come quelli relativi alla monoterapia”.

Il tumore testa-collo comprende tumori che si sviluppano all’interno o attorno a faringe, laringe, seni nasali e paranasali, cavo orale. La maggior parte dei tumori testa-collo sono carcinomi a cellule squamose i cui principali fattori di rischio includono il consumo di tabacco e di alcol. Altri fattori di rischio comprendono l’infezione da HPV (Human Papillomavirus). A livello mondiale, si stima che nel 2018 verranno diagnosticati 835.000 nuovi casi di tumori testa-collo e che 431.000 persone moriranno a causa di questa malattia.

Tumori, alla ricerca dei segreti del sistema immunitario

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Tumori, alla ricerca dei segreti del sistema immunitario

Uno dei grandi obiettivi della ricerca scientifica in ambito oncologico, in cui tra l’altro l’Italia è formidabile, è quello di svelare ogni meccanismo del nostro sistema immunitario in rapporto con il tumore. Da qualche anno, passo dopo passo, si iniziano a capire alcuni di questi processi. Come sempre ci vorrà molta pazienza e costanza.  La giornalista Sara Pero, sul sito de La Repubblica ne ha parlato con Roberto Fiammengo, che si occupa di questo al Centro di Nanotecnologie Biomolecolari dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Lecce e che è tra i principali autori dello studio pubblicato da poco sul Journal of the American Chemical Society, il prestigioso giornale ufficiale della società americana di chimica. Riportiamo qui il testo dell’articolo, mentre in calce troverete il link all’articolo originale. Buona lettura

Carlo Buffoli

Tumori, verso vaccini terapeutici sempre più efficaci

Sviluppate in laboratorio delle molecole artificiali che consentirebbero al sistema immunitario di ostacolare in modo migliore le cellule malate. Nel team di ricerca anche l’Istituto Italiano di Tecnologia

Istruire il sistema immunitario dei pazienti oncologici a riconoscere le cellule tumorali, per impedire al cancro di ripresentarsi. È questo lo scopo dei vaccini antitumorali terapeutici, un tipo di immunoterapia al quale sta lavorando un gruppo di ricerca internazionale,a cui partecipa anche l’Istituto Italiano di Tecnologia. “Lo sviluppo dei vaccini anticancro si scontra con l’innata capacità delle cellule cancerose di eludere la risposta del sistema immunitario”, spiega Roberto Fiammengo, team leader presso il Centro di Nanotecnologie Biomolecolari dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Lecce e tra i principali autori dello studio pubblicato su Journal of the American Chemical Society. “Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’obiettivo della nostra ricerca: cercare di realizzare una strategia più efficace e mirata per istruire il sistema immunitario del malato a riconoscere le cellule cancerogene e a sviluppare la memoria immunitaria, un passo in avanti che ci consentirebbe di ridurre il rischio di metastasi e recidive”.

“Mimare” il tumore per istruire il sistema immunitario

È ormai nota da oltre 30 anni l’associazione tra una produzione eccessiva o errata della glicoproteina MUC1 e diversi tipi di tumori, come quello del seno, del polmone, del colon-retto, dello stomaco, del pancreas. Per questo motivo negli ultimi anni molti studi hanno cercato di realizzare strategie di immunoterapia efficaci, con l’obiettivo di indurre il sistema immunitario a riconoscere le cellule malate. Una strada certamente promettente, che dovrà però essere ottimizzata. Per farlo i ricercatori hanno realizzato una molecola artificiale – detta antigene – che mima MUC1 in condizioni tumorali: “Abbiamo sviluppato una molecola che ricordasse il più possibile questa proteina alterata – continua Fiammengo -, apportando una piccola modifica nella sua struttura, e abbiamo realizzato delle nanoparticelle d’oro ingegnerizzate che ci consentissero di trasportare l’antigene in maniera più efficiente, riducendo la sua dispersione nell’organismo”.

L’obiettivo del team era cercare di sviluppare una molecola che fosse in grado di essere riconosciuta dal sistema immunitario come pericolosa. Per verificare che questo step dello studio fosse riuscito, il team ha testato l’antigene su dei modelli animali: “Abbiamo condotto una classica campagna di vaccinazione su alcuni topi, somministrandogli l’antigene legato alle nanoparticelle mediante un’iniezione intraperitoneale, facendo tre richiami a distanza di 21 giorni e verificando la presenza di anticorpi specifici contro il nostro antigene nel siero estratto da questi animali”.

Un vaccino per molti tumori

Il passo decisivo e promettente della ricerca, continua Fiammengo, “è stato poi quello di osservare la capacità di questi anticorpi di riconoscere selettivamente tessuti e cellule umane di carcinoma mammario”. Ovviamente la sintesi di antigeni artificiali è una via già percorsa nel campo dei vaccini terapeutici anticancro, “ma questo approccio – fa notare Fiammengo – ha permesso di ottenere un vaccino con caratteristiche nuove che consente di raggiungere una buona stimolazione del sistema immunitario con una dose minore di antigene. La speranza è quella di riuscire a portare avanti questo studio perché se si riuscisse a farlo funzionare sull’uomo, il vaccino antitumorale terapeutico su MUC1 ci consentirebbe di avere sottomano un approccio curativo sulla stragrande maggioranza dei tumori”.

Vaccini terapeutici e preventivi

La strategia messa a punto in questa ricerca potrebbe dunque aprire nuovi orizzonti per l’uso dell’immunoterapia in aggiunta ai trattamenti antitumorali standard nella cura delle malattie oncologiche. Ma negli ultimi anni l’attenzione di alcuni studi è stata rivolta anche all’uso dei vaccini antitumorali preventivi che, come conclude Fiammengo, “vengono utilizzati contro gli agenti infettivi che possono causare alcuni tipi di tumori, come il tumore della cervice uterina nel caso del papilloma virus o il carcinoma epatico nel caso del virus dell’epatite B. A differenza di questi vaccini, nel caso dei vaccini anticancro terapeutici il bersaglio non è un patogeno. Il loro impiego serve a istruire il sistema immunitario a riconoscere e ad eliminare le cellule tumorali in un paziente già malato”.

Sara Pero

Cancro al colon-retto, la prevenzione del futuro passerà dai ‘microbioti’ intestinali

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Cancro al colon-retto, la prevenzione del futuro passerà dai ‘microbioti’ intestinali

Si chiama “microbiota” ed è l’ecosistema di batteri, funghi e virus che abita nel nostro corpo. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine evidenzia una forte correlazione tra il nostro microbiota intestinale e il cancro al colon-retto. Questa scoperta potrebbe inaugurare nuovi scenari per la diagnosi precoce di questo tumore, che ancora oggi è considerato molto pericoloso. Certo ci vorrà tempo, ma la ricerca non si ferma mai, e passo dopo passo, avanza sempre. Lo studio, tra l’altro, è stato coordinato dal Dipartimento di Biologia Cellulare (CIBio https://www.cibio.unitn.it/13/about-us) dell’Università di Trento. Il quotidiano la Repubblica, in un articolo di Davide Michielin, ne parla intervistando proprio il coordinatore della ricerca, l’italiano Nicola Segata. L’Italia è sempre tra le nazioni migliori al mondo nel campo della ricerca oncologica. Buona lettura.

Carlo Buffoli

L’avvento della genomica ha segnato una decisa accelerata nello studio del microbiota, il complesso ecosistema di batteri, funghi e virus che abita buona parte del nostro corpo. Il legame tra noi e loro è inevitabilmente stretto, talmente intimo da influenzare reciprocamente la salute della controparte. Una nuova conferma di questo dogma arriva dallo studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine da un team internazionale di ricercatori coordinati dal Dipartimento Cibio dell’Università di Trento. I risultati evidenziano, infatti, una forte correlazione tra la composizione del microbioma intestinale – che comprende non solo i microrganismi ma anche i loro prodotti – e il cancro al colon-retto, una delle più comuni neoplasie di natura maligna che si sviluppa a partire da gruppi di cellule della parete interna della parte finale dell’apparato digerente. Sebbene le cause non siano ancora del tutto note, nelle forme non ereditarie – che sono la maggioranza – la componente genetica può spiegare solo in minima parte l’incidenza. Altri fattori che giocano un ruolo nello sviluppo della malattia sono le abitudini alimentari e lo stile di vita.

Tramite un approccio che mescola genomica, statistica e intelligenza artificiale, i ricercatori hanno analizzato un migliaio di campioni fecali prelevati da popolazioni molto diverse: dagli Stati Uniti al Giappone passando per Canada, Cina, Italia e altri Paesi europei. “Il sequenziamento massivo del materiale genetico presente nei campioni ci permette di identificare, tramite avanzati metodi bioinformatici, organismi e geni microbici presenti nel microbioma intestinale” riassume il bioinformatico Nicola Segata, coordinatore dello studio. Nei campioni fecali delle persone affette da cancro al colon-retto è stata osservata la presenza di un insieme di batteri marcatori della malattia, in primis il Fusobacterium nucleatum che era già stato associato alla malattia. Ma anche una decina di altri batteri che rafforzano l’associazione. “L’aspetto interessante è che l’insieme dei batteri fortemente associati al carcinoma del colon-retto è lo stesso in popolazioni distinte che hanno solitamente un microbioma intestinale abbastanza diverso” prosegue Segata. Ma non sono solo i microrganismi a essere associati al cancro al colon-retto. I ricercatori hanno scoperto che il microbioma delle persone malate è ricco di copie di un gene che codifica per un enzima (cutC), coinvolto nella produzione di trimetilammina. Questa molecola è stata associata da alcuni studi a un rischio più elevato di sviluppare il cancro al colon-retto.

La scoperta di una forte correlazione tra il microbiota intestinale e il cancro al colon-retto potrebbe inaugurare nuovi scenari per la diagnosi precoce. «Il fatto che il microbioma rilevato nelle feci sia altamente predittivo per la presenza della malattia è importante perché, combinato con altri esami come quello del sangue occulto nelle feci, potrebbe aumentare l’accuratezza diagnostica dei test non invasivi» sostiene il bioinformatico. Tuttavia, i tempi non sono ancora maturi per ipotizzare strategie terapeutiche mirate. “Questo lavoro dimostra la correlazione tra microbiota e carcinoma al colon-retto, non il nesso di casualità che dovrà essere stabilito da studi successivi” frena Segata. “Sebbene si sia visto per altri tumori che la composizione del microbioma è in qualche misura collegata con l’efficacia dei nuovi approcci immunoterapici, è ancora troppo presto per pensare di agire direttamente sul microbioma per migliorare le terapie esistenti”.

Davide Michielin

Tumore della prostata, 4 anni di vita in più per i casi gravi

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Tumore della prostata, 4 anni di vita in più per i casi gravi

Oggi a Barcellona, nell’ambito del congresso europeo di urologia, si è parlato di tumore della prostata. Negli ultimi 5 anni vi sono stati importanti passi avanti nel modo di affrontare questo tumore, il primo nell’uomo per diffusione. Ma la cui mortalità è in decisa diminuzione. Questo grazie alla ricerca, che ha scoperto come intervenire nei vari stadi della malattia quando raggiunge le forme gravi: sia prima che diventi metastatica, sia durante la fase metastatica. Naturalmente resta assolutamente fondamentale la prevenzione e l’attenzione alla propria salute da parte degli uomini. 

Negli ultimi 5 anni, grazie alla disponibilità di farmaci innovativi più efficaci e tollerati, il percorso di cura dei pazienti con tumore alla prostata metastatico è stato rivoluzionato: oggi la terapia è estremamente personalizzata e così la sopravvivenza dei malati più difficili è aumentata da trentasei mesi a quasi cinque anni[1], con un miglioramento senza precedenti della qualità di vita. Merito soprattutto di farmaci come abiraterone, che ha allungato di quasi due anni l’aspettativa di vita dei pazienti con metastasi già alla diagnosi, e apalutamide, che in pazienti ad alto rischio di svilupparle ne ritarda la comparsa di circa due anni


Barcellona, 16 marzo 2019 – Aumentano fino a cinque anni la speranza di vita, anche nei casi più gravi: in pochissimo tempo, attraverso le innovative terapie ormonali ‘chemio-free’, le prospettive dei pazienti con tumore alla prostata metastatico o ad alto rischio di metastasi sono infatti radicalmente cambiate, con risultati non comuni nell’ambito dell’oncologia, dove gli avanzamenti delle cure si misurano solitamente in settimane o pochi mesi di vita. Oggi invece i pazienti, anche i più complessi con diagnosi contemporanea di tumore alla prostata e metastasi[1], non solo hanno un’alternativa terapeutica alla chemioterapia, con tutti gli effetti collaterali che questa comporta, ma in base ai dati emersi hanno guadagnato anni di vita di qualità: da 36 mesi di sopravvivenza, con la tradizionale terapia ormonale, a una speranza di vita di poco meno di 5 anni. Lo sottolineano gli esperti in occasione del 34° Congresso dell’European Association of Urology, in corso a Barcellona fino al 19 marzo, specificando come grazie alla terapia ormonale con abiraterone i pazienti metastatici già alla diagnosi abbiano guadagnato circa due anni di vita in più, mentre un altro farmaco come apalutamide, anche questo sviluppato da Janssen, ha dimostrato come nei malati senza metastasi ma con un alto rischio di svilupparle, può ritardare di circa due anni la comparsa delle metastasi, permettendo ai pazienti di mantenere più a lungo una buona qualità di vita[2]. Grazie alla massima individualizzazione dell’approccio terapeutico e alla maggior efficacia del nuovo armamentario terapeutico, oggi sono possibili terapie personalizzate ‘in sequenza’, specifiche per ogni stadio della malattia, che ritardano il ricorso alla chemioterapia e soprattutto aggiungono anni di vita di buona qualità anche nei casi più difficili.

“Oggi l’obiettivo della ricerca è avere più armi terapeutiche diverse, in modo da anticipare sempre più i trattamenti nelle fasi più precoci della malattia – spiega Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia –. Riuscirci è cruciale, perché può migliorare in maniera netta la prognosi del paziente”.

“Grazie alle nuove conoscenze sulle caratteristiche dei tumori, alle nuove possibilità diagnostiche e ai numerosi trattamenti innovativi che si sono man mano resi disponibili negli ultimi anni – osserva Sergio Bracarda, direttore della S.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni – per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico lo scenario è oggi del tutto diverso rispetto a pochissimo tempo fa ed è tuttora in continua, rapidissima evoluzione come in pochi altri settori dell’oncologia. Abbiamo infatti assistito a un decisivo incremento della speranza di vita: la sopravvivenza dei pazienti con metastasi all’esordio è passata in poco tempo da 36 mesi a quasi cinque anni e le novità sono continue, tanto da poter definire oggi il tumore prostatico come un’area in cui la dinamica di crescita delle conoscenze biologiche e degli approcci terapeutici innovativi supera quella del tumore al seno. Ora è possibile iniziare a pensare di poter personalizzare le scelte terapeutiche in modo estremamente preciso, consentendo una prognosi migliore anche ai pazienti più complessi, per i quali tutto questo si traduce in un aumento della durata e della qualità di vita”

Una delle innovazioni che ha consentito questo ‘cambio di passo’ è l’arrivo in clinica della terapia ormonale con abiraterone, che ha rivoluzionato le prospettive dei pazienti con carcinoma prostatico metastatico già alla diagnosi: nel nostro Paese si tratta di circa il 10 % dei casi, ma in Asia per esempio si sfiora il 60%.

Fino a poco tempo fa in questi casi la speranza di vita era molto bassa, oggi abiraterone associato alla terapia ormonale di deprivazione degli androgeni ha dimostrato di aumentare di ben 17 mesi la sopravvivenza rispetto all’uso dei soli farmaci per il blocco degli androgeni.

“Un risultato di rilievo, perché significa allungare la speranza di vita da tre a poco meno di cinque anni – interviene Cosimo De Nunzio, urologo dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma – Inoltre, il farmaco ha aumentato da 16 a 47[3]mesi il periodo senza un peggioramento della sintomatologia dolorosa legata alla malattia: questo significa che i pazienti hanno potuto trascorrere circa due anni e mezzo in più senza che il tumore comportasse un incremento del dolore e garantire, oltre a un aumento della vita media, anche un miglioramento consistente della qualità di vita. La terapia con abiraterone oltre a essere meglio accettata dai malati rispetto ad un trattamento chemioterapico, comporta un minor carico di effetti collaterali, anche nel lungo periodo: gli ultimi dati dello studio Latitude, che ha seguito 1200 pazienti per quasi cinque anni, mostrano infatti che nel tempo non c’è un incremento sostanziale del rischio di eventi avversi”.

Inoltre, l’impiego di abiraterone non preclude il ricorso ai chemioterapici nelle fasi successive della malattia: tutto questo consente perciò un nuovo paradigma di trattamento, per dare a ciascun paziente la terapia più opportuna per la condizione clinica in cui si trova. Ciò è possibile anche grazie ad apalutamide, terapia ormonale innovativa già approvata in Europa, in una fase ancora più precoce della malattia, ossia nei pazienti senza metastasi ma con un elevato rischio di svilupparle: il farmaco ha dimostrato di allungare di circa due anni il tempo libero da metastasi e con una buona qualità di vita, senza dolore e può consentire una terapia ‘in sequenza’ più efficiente[4].

“La possibilità di avere terapie differenti a seconda della fase della malattia permette al curante di modulare il trattamento e al paziente di godere dei benefici di più opzioni terapeutiche – conclude Walter Artibani–. L’introduzione di apalutamide va sicuramente in questa direzione, lasciando aperta la via all’utilizzo di più opzioni terapeutiche nelle fasi successive della malattia. Così, grazie alla ricerca, la cronicizzazione della neoplasia prostatica in progressione sta diventando un obiettivo sempre più vicino e solido”.

Carlo Buffoli

Arriva la Car-T 2.0: stessa efficacia ma minori effetti collaterali

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Arriva la Car-T 2.0: stessa efficacia ma minori effetti collaterali

I ricercatori della University of Southern California hanno condotto un trial clinico di fase 1 su 25 pazienti con linfoma refrattario a cellule B, utilizzando la versione rivisitata della Car-T, basata su una una provvidenziale modifica del recettore antigenico chimerico (Car). I dettagli dello studio sono piuttosto complessi, ma  a noi basta sapere che la nuova molecola usata come recettore (chiamata CD19-BBz(86)) posizionata sulle cellule immunitarie produce livelli inferiori di citochine e rallenta la proliferazione delle cellule.

“Sindrome da rilascio di citochine” o “tempesta citochinica”.  Con queste definizioni viene descritto l’effetto collaterale più temuto dai pazienti che si sottopongono alla terapia Car-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell), la rivoluzionaria procedura basata sul rinforzo del sistema immunitario che rappresenta una nuova speranza di cura per alcuni tipi di linfomi e leucemie. La tempesta citochinica consiste in un’”intossicazione” che può compromettere il funzionamento di molti organi ed essere potenzialmente fatale. Ora, gli autori di uno studio appena pubblicato su Nature Medicine annunciano di avere messo a punto una versione più sicura della terapia Car-T che, allontanando il rischio di conseguenze gravi, potrebbe essere somministrata anche in ambulatorio senza necessità di ricovero in ospedale.

In estrema sintesi, ricapitoliamo le fasi principali della terapia: i linfociti T vengono prelevati dal paziente, vengono geneticamente modificati in laboratorio per esprimere sulla loro superficie un recettore (chimeric antigen receptor, in italiano recettore antigenico chimerico) capace di riconoscere le cellule tumorali e infine vengono reintrodotti nel circolo sanguigno del paziente.

Il sistema è ingegnoso e ha dimostrato di funzionare molto bene in alcuni tipi di tumori del sangue. Peccato però che le stesse cellule T ingegnerizzate che attaccano il cancro siano anche capaci di rilasciare molecole come le citochine che scatenano uno stato infiammatorio sistemico accompagnato da una serie di sintomi quali febbre, nausea, mal di testa, aumento del battito cardiaco e difficoltà nella respirazione.  Nei casi più gravi può insorgere insufficienza renale, insufficienze a carico di diversi organi e anche l’arresto cardiaco.

I ricercatori della University of Southern California hanno condotto un trial clinico di fase 1 su 25 pazienti con linfoma refrattario a cellule B, utilizzando la versione rivisitata della Car-T, basata su una una provvidenziale modifica del recettore antigenico chimerico (Car). I dettagli dello studio sono piuttosto complessi, ma  a noi basta sapere che la nuova molecola usata come recettore (chiamata CD19-BBz(86)) posizionata sulle cellule immunitarie produce livelli inferiori di citochine e rallenta la proliferazione delle cellule.

«Si tratta di un grande progresso, abbiamo realizzato una nuova molecola Car che è ugualmente efficiente nell’uccidere le cellule tumorali, ma agisce più lentamente e con minore tossicità», ha dichiarato  Si-Yi Chen del USC Norris Comprehensive Cancer Center e autore senior dello studio.

Dopo aver somministrato la terapia ai 26 pazienti coinvolti nella sperimentazione, gli scienziati hanno osservato che, inaspettatamente, in nessun caso si era verificato un aumento dei livelli di citochine.

Ancora non è chiaro il motivo per cui la nuova versione della terapia Car-t sia meno tossica di quella tradizionale, studi futuri dovranno dedicarsi a comprendere il meccanismo con cui i linfociti T ingegnerizzati interagiscono con l’ambiente circostante. Per ora il risultato dello studio non lascia dubbi: la nuova Car T è più sicura della tradizionale.

Ma è altrettanto efficace?

Nonostante l’obiettivo principale del trial fosse valutare la sicurezza della nuova versione della terapia e non la sua efficacia, i ricercatori hanno constato che 11 pazienti avevano ottenuto una completa remissione della malattia con il trattamento alle dosi standard. Un risultato in linea con quelli della versione originale del trattamento.

«La tossicità è attualmente il più grande ostacolo all’uso della terapia con cellule Car. La mia speranza è che questa versione più sicura della terapia possa un giorno essere somministrata ai pazienti in regime ambulatoriale», ha affermato Chen.

Tumori, come battere il dolore senza usare medicine

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Tumori, come battere il dolore senza usare medicine

I centri all’avanguardia utilizzano sempre più l’agopuntura e l’ozono terapia.

Il 2050 è stato indicato come l’anno in cui l’antibiotico resistenza sarà la prima causa di morte. Significa che i batteri saranno più forti delle cure che abbiamo a disposizione. Mentre le case farmaceutiche sono al lavoro per studiare antimicrobici intelligenti in grado di ripararci dalle infezioni più pericolose ed evolute, una delle sfide fondamentali dei prossimi trent’anni è quella di ridurre il più possibile l’utilizzo degli antibiotici e dei farmaci in generale. Tra le «vie parallele» più interessanti ci sono l’agopuntura e l’ozono terapia, sempre più considerate all’interno dei reparti ospedalieri e in grado, in qualche caso, di fare realmente da supplenti ai medicinali.

L’AGOPUNTURA ONCOLOGICA
Un nuovo studio clinico dell’Istituto europeo di oncologia fondato da Umberto Veronesi ha dimostrato come l’agopuntura sia utile per attutire il dolore delle pazienti operate al seno. Tanto che a volte grazie alla tecnica di medicina alternativa si esclude l’utilizzo dei farmaci e si riescono anche a risolvere i problemi di ansia e gli altri effetti collaterali della fase post operatoria.
«Il nostro obbiettivo – spiega Mattia Intra, direttore del Day surgery senologia dello Ieo di Milano – è di ridurre, dove possibile, l’impatto dell’intervento oncologico al seno sulla vita delle pazienti. Quasi tutte le pazienti operate vengono sottoposte a una terapie del dolore standard ma il 30% di loro richiede una dose aggiuntiva di antidolorifici nelle ore successive alla prima somministrazione. Per ridurre il più possibile le dosi di farmaci abbiamo pensato all’agopuntura, strumento già utilizzato quotidianamente da molti cancer center americani, ad esempio lo statunitense Memorial Sloan Kettering, ed europei come l’istituto francese Gustave Roussey, per contrastare il dolore causato dalle terapie oncologiche».
«L’impiego dell’agopuntura contro il dolore è noto ma non abbastanza diffuso in Italia, tanto meno in oncologia – fa notare Agnese Cecconi, specialista in radioterapia oncologica e agopuntura allo Ieo – Lo svantaggio è tutto a carico dei pazienti che solo in minima parte usufruiscono di questa antica metodica. Eppure l’evidenza scientifica sull’efficacia dell’agopuntura non manca. Recentemente il Journal of clinical oncology ha pubblicato le linee guida approvate dall’American society of clinical oncology per l’utilizzo delle terapie integrate per la gestione dei sintomi e gli effetti collaterali della chemioterapia nella pazienti con tumore al seno. Su queste basi lo Ieo ha scelto di offrire l’opportunità dell’agopuntura alle sue pazienti e sviluppare la ricerca su questa disciplina, promettente per una miglior qualità di vita del malato.
I medici che praticano l’agopuntura hanno rilevato nei loro pazienti benefici non solo oncologici. La tecnica degli aghi importata dalla tradizione cinese è utile anche per alleviare i disagi dovuti alla menopausa, i problemi di insonnia e i dolori causati dalle infiammazioni. E anche in questi casi rappresenta un’alternativa a pastiglie e farmaci vari.

OZONO ANTI FARMACI
Una possibile alternativa agli antibiotici arriva anche dall’ossigeno ozono terapia. «L’ozono è un potente antibatterico, un antivirale e un antimicotico. Può rappresentare il futuro della lotta alle infezioni» spiega Marianno Franzini, presidente della Società internazionale di ossigeno ozono terapia, pronta a partire con due sperimentazioni in due ospedali italiani, uno a Roma uno a Milano, per valutare l’azione della terapia nella prevenzione delle infezioni post operatorie. In una prima fase sarà somministrata insieme all’antibiotico «e valuteremo se è in grado di potenziare l’azione del farmaco, come pensiamo».
Oggi l’ossigeno-ozono terapia, diffusa come prestazione privata, viene già utilizzata in qualche ospedale. «In un paio di casi come complemento nelle fasi pre e post operatorie – precisa l’esperto – ma più frequentemente contro il dolore da ernie discali o protusioni. Per questa indicazione le somministrazioni sono locali e i benefici sono eccellenti sia nel controllo del dolore che nella diminuzione del volume delle ernie». La terapia alternativa ai farmaci ha un’azione positiva sul microcircolo e agisce contro le infezioni. Ha quindi molte indicazioni. «Negli anni – aggiunge Franzini – abbiamo selezionato 42 patologie che rispondono a questa terapia» che quindi potrebbe entrare a pieno titolo tra le soluzioni per contrastare l’antibiotico resistenza e per ridurre quantità (e costi) delle cure a base di farmaci.

Maria Sorbi

Il Giornale, 01 maggio 2019

Tumore del seno, approvato primo farmaco per la mutazione PIC3CA

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Tumore del seno, approvato primo farmaco per la mutazione PIC3CA

Ieri l’ente americano che approva i farmaci (FDA) ha autorizzato l’immissione nel mercato di una nuova cura per il tumore metastatico del seno, uno di quelli più frequenti (40% dei casi), con mutazione genetica PIK3CA. Questo è un farmaco molto speciale, e abbiamo chiesto di aiutarci a capire meglio come funziona al prof. Michelino De Laurentiis, oncologo italiano di fama internazionale che lavora all’istituto Pascale di Napoli e che con il progetto BioltaLEE sta coordinando un progetto nazionale per estendere rapidamente l’uso di questa cura anche in Italia, prima della sua commercializzazione (in Europa e in Italia serviranno ancora 1-2 anni). 

“L’Alpelisib – spiega De Laurentiis – è il primo farmaco approvato per il tumore della mammella che colpisce selettivamente una mutazione che si sviluppa nel tumore (quella del gene PIK3CA che codifica la proteina di segnale nota come Pi3K). Non si tratta quindi di una mutazione ereditaria (come quella dei geni BRCA1 e 2, quelli di Angelina Jolie, per intenderci) ma una mutazione che sviluppa direttamente il tumore e che gli conferisce normalmente resistenza ai comuni trattamenti endocrini”.

In altre parole, il tumore, per superare l’azione dei farmaci ormonali, sviluppa, in circa il 20-35% dei casi, questa mutazione. Avere quindi la possibilità di colpire specificamente la proteina Pi3K alterata dalla mutazione significa dunque fare un ulteriore passo in avanti nel prolungamento della cronicizzazione della malattia. “Ci auguriamo – prosegue De Laurentiis – che questo sia il primo di tutta una serie di farmaci con queste caratteristiche. Proprio perché si tratta di una mutazione non ereditaria, va ricercata analizzando il tessuto tumorale (non i geni della persona, come si fa con i comuni test ‘genetici’, ma i geni del tumore, con un analisi ‘genomica’ del tumore)”.

Per avere il farmaco disponibile in Italia sarà necessario attendere ancora 1-2 anni, ma ci sono due buone notizie: 1) l’Alpelisib è già disponibile presso alcuni selezionatissimi centri ad elevata specializzazione nell’ambito di protocolli sperimentali internazionali; 2) in Italia è già stato attivato un grande progetto di ricerca nazionale (BioItaLEE, coordinato proprio dal prof. De Laurentiis) per estendere rapidamente l’utilizzo di questo farmaco a numerosi centri specializzati italiani prima ancora che avvenga la sua commercializzazione. Sarà naturalmente poi l’oncologo di riferimento a stabilire se il paziente ha le caratteristiche adeguate per aderire a questi protocolli.

La ricerca non si ferma mai. E i ricercatori italiani sono sempre in prima linea. Buona lettura.