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PIÙ FORTI DEL CANCRO
Dall’ingegneria alla caccia al cancro: sconfiggeremo il tumore al seno con gli anticorpi intelligenti
Ultimo smartphone sempre in mano, una passione mai sopita per la tecnologia, l’intelligenza artificiale e la buona cucina ai livelli da Masterchef. Senza dimenticare la passione per i grandi vini di tutto il mondo, da vero intenditore. A tutto questo si unisce un’intensa attività clinica e di ricerca. Non può che avere una mente poliedrica e curiosa Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli.
Gran parte delle sue giornate le trascorre alla guida di una struttura diventata un punto di riferimento nazionale nella lotta al tumore della mammella. Un’eccellenza costruita passo dopo passo, coniugando rigore scientifico e profonda empatia. Al suo fianco c’è la moglie, anch’essa medico, con la quale condivide una vita scandita dai ritmi della professione. Poi ci sono i due figli maschi, ormai grandi, che incarnano perfettamente le sue due grandi anime: uno è diventato ingegnere e l’altro sta completando gli studi in medicina.
D: Professore, il suo percorso professionale nasce da una viscerale passione per l’elettronica. È vero che da ragazzino finiva spesso sui tetti?
R: Assolutamente sì. Avevo solo tredici anni quando salii in gran segreto sul tetto del vicino per smontare e rimontare alla perfezione un’antenna e un amplificatore per le prime tv private. Volevo capire come funzionassero gli hardware e se fossi in grado di ricrearli da solo. L’innovazione e la tecnologia mi hanno sempre affascinato: pensi che nel 1994, durante il mio periodo negli Stati Uniti, pubblicavo già lavori sull’Intelligenza artificiale, quando in Italia i computer quasi non c’erano. Per me erano traguardi scontati, richiedevano soltanto il tempo necessario affinché l’ambiente e la tecnologia maturassero.
D: Con questa spiccata vocazione ingegneristica, che cosa l’ha spinta verso la medicina e l’oncologia?
R: C’è stata una motivazione fortemente personale: la perdita di mia nonna e successivamente di mia zia a causa di un tumore al seno. Ho compreso soltanto in un secondo momento quanto questi due lutti abbiano inciso sulla mia scelta di abbandonare l’ingegneria. Cercavo un lavoro intellettualmente stimolante, ma che avesse un risvolto umano profondo e mi mettesse al servizio degli altri. L’aspetto del contatto umano, il potersi arricchire ogni giorno delle storie delle persone, è ciò che mi mancava nell’ingegneria e che reputo una delle cose più belle della professione medica.
D: Oltre alla medicina e all’high-tech, come ama occupare il suo tempo libero?
R: Amo moltissimo l’alta cucina. Non mi limito ai classici spaghetti alle vongole: mi piace realizzare piatti elaborati e complessi, diciamo a livello Masterchef. Cucino due o tre volte l’anno, ad agosto, a Natale o durante qualche weekend prolungato con i colleghi, ed è una cosa che faccio per il piacere di condividerla con gli amici. Inoltre, sono un grande appassionato e conoscitore di vini di tutto il mondo. Del resto, mantenere la mente in costante allenamento ed esplorare cose nuove fa parte dello spirito stesso del ricercatore. Ma la ricerca resta sempre il mio grande amore.
D: A proposito di ricerca, qual è secondo lei una delle più grandi innovazioni nel tumore al seno degli ultimi anni?
R: Ce ne sono tante. Ma se devo sceglierne una penso agli anticorpi farmacoconiugati che in questo momento rappresentano la classe di farmaci più potente di cui disponiamo. Gli anticorpi monoclonali, a cui è legato l’agente citotossico, sono molecole biologiche estremamente selettive, capaci di riconoscere e legarsi a specifici bersagli molecolari espressi prevalentemente sulle cellule malate. Una volta legato alla superficie della cellula tumore, l’anticorpo sfrutta un meccanismo naturale: la cellula apre le sue porte e interiorizza il complesso.
D: Funzionano quindi come un vero e proprio “cavallo di Troia”?
R: Esattamente. Sfruttiamo l’anticorpo come un drone o un cavallo di Troia per introdurre nella cellula malata una carica altamente tossica, che per ora è rappresentata da un chemioterapico potentissimo. Si tratta di molecole che non potremmo mai somministrare in forma libera nell’organismo senza provocare tossicità importanti. Finché la molecola resta legata all’anticorpo è inattiva e sicura; una volta all’interno della cellula malata, l’anticorpo viene degradato e il farmaco si libera, distruggendo il tumore dall’interno. In futuro potremo veicolare qualunque cosa: sostanze radioattive o molecole a bersaglio molecolare. Il limite è solo la nostra fantasia farmacologica.
D: Quali pazienti possono beneficiare oggi di questi farmaci intelligenti e quali sono i risultati?
R: Attualmente li impieghiamo prevalentemente nelle fasi avanzate o metastatiche, sia nei tumori triplo negativi, sia in quelli HER2-positivi, fino ai tumori a bassa espressione di HER2 (HER2-low) grazie a molecole mirate come trastuzumab deruxtecan. Parliamo di trattamenti che mostrano un’efficacia almeno doppia rispetto alla terapia standard.
D: Qual è la prospettiva futura per l’impiego di queste terapie?
R: La vera rivoluzione sarà anticipare l’uso di questi anticorpi farmacoconiugati dalle fasi metastatiche ai setting precoci della malattia. Nelle fasi precoci l’obiettivo primario è la guarigione definitiva ed è lì che ci aspettiamo i maggiori successi. Ma anche nella malattia metastatica, grazie a questi farmaci di nuova generazione, stiamo iniziando a vedere le prime percentuali di guarigione, in particolare nei casi HER2-positivi. La ricerca sta correndo ad una velocità straordinaria e ad ogni congresso internazionale possiamo finalmente scrivere nuove e bellissime notizie per le nostre pazienti.
