ESMO CONGRESS 2026 MADRID
PIÙ FORTI DEL CANCRO
Con immunoterapia scacco matto al tumore dell’endometrio. Il mio sogno? Azzerare i casi genetici
Tra gli allenamenti per la maratona di New York, le attività sportive al Lago di Bolsena e un’intensa attività accademica tra corsia e laboratorio, la giornata di Claudia Marchetti non conosce pause. Romana, 45 anni, ginecologa oncologa del Policlinico Gemelli di Roma, incarna perfettamente una medicina di nuova generazione: iper-specializzata ma fortemente orientata all’ascolto e all’empatia. Lontana dall’immagine del medico rinchiuso in ospedale, vive le sue giornate dividendo l’impegno clinico con le sue passioni sportive, l’amore per i viaggi e l’affetto per i tre nipoti, che considera un punto fermo della sua vita. Dietro il suo rigore scientifico si cela una scelta di vita chiara: mettere le scoperte della ricerca clinica direttamente al servizio della salute e della qualità di vita delle donne.
D: Dottoressa Marchetti, lei è cresciuta in un contesto familiare molto lontano dagli ospedali e, in generale, dalla medicina. Da dove nasce questa sua vocazione?
R: È vero, in casa mia nessuno è medico: sono tutti nel mondo della giurisprudenza o dell’ambito militare. Io però ho sempre avuto un forte senso della società e il desiderio concreto di fare qualcosa che servisse agli altri. Volevo una strada tutta mia, in qualche modo un percorso autonomo dalla tradizione familiare, pur nel rispetto dei loro insegnamenti. Mi sembrava che la medicina fosse il contesto ideale dove aiutare gli altri in modo diretto, libero e concreto. Poi a scuola me la cavavo bene e ho seguito questa intuizione.
D: Nel suo percorso di formazione ci sono state tappe fondamentali in Italia e all’estero. Qual è stato il punto di svolta?
R: Mi sono laureata e specializzata alla Sapienza di Roma, trascorrendo periodi all’estero a Chicago, Maastricht e Londra. La vera svolta è arrivata a Napoli, al Pascale, con Sandro Pignata, che per me è diventato un punto di riferimento. Lì lavoravo in prima persona in un centro di trial clinici estremamente attivo e ho visto il “dietro le quinte” della ricerca. Ho capito che fare ricerca, porsi domande e trasferire i risultati alle pazienti era ciò che si addiceva di più alla mia personalità. Successivamente, l’incontro con il professor Giovanni Scambia ha segnato una svolta decisiva nel mio percorso professionale e mi ha portato al Gemelli, dove ho riavviato la carriera accademica.
D: Dopo il suo lavoro in ospedale e all’università, come ricarica le energie nel tempo libero?
R: Mi piace vivere e stare all’aria aperta: non sono un “topo da ospedale”. In questo periodo mi sto preparando per la maratona di New York, una sfida difficile da affrontare, un’attività fisica faticosa ma fondamentale, perché ti permette di scaricare lo stress. E poi la condivido con un gruppo di amici vicini. Amo molto anche il Lago di Bolsena, dove ho preso una casetta e dove svolgo attività sportiva. Da poco ho preso anche la patente nautica per andare in barca. Inoltre, amo viaggiare per il puro piacere di scoprire posti nuovi.
D: Con tutta questa carica vitale, immagino che l’entusiasmo non le manchi neanche in corsia. In questo momento, quali sono i progressi scientifici che la appassionano di più?
R: Sicuramente quelli compiuti per combattere il tumore dell’endometrio. È una storia bellissima e di straordinario impatto. Fino a tre o quattro anni fa questo era un tumore in forte crescita, ma dove la ricerca era rimasta a lungo ferma: nel 2023 trattavamo le pazienti con gli stessi farmaci del 2005. Con l’immunoterapia c’è stata una vera rivoluzione, in particolare per quel 25-30% di pazienti che presentano una specifica caratteristica molecolare, il deficit del mismatch repair (dMMR). Per questo gruppo l’immunoterapia ha ribaltato la prognosi, rendendo in alcuni casi la malattia del tutto curabile.
D: Quali sono i benefici concreti per la quotidianità delle pazienti trattate con questi nuovi schemi?
R: L’immunoterapia agisce in maniera mirata sul bersaglio molecolare. Non parliamo di trattamenti devastanti, ma di farmaci maneggevoli che si somministrano con frequenze molto comode, persino ogni sei settimane, garantendo una buona qualità di vita. Anche nelle pazienti che non presentano la caratteristica dMMR vediamo risposte cliniche importanti e durature, con riduzioni di malattia che ci permettono poi di integrare altri trattamenti come la radioterapia, prolungando notevolmente il beneficio.
D: Guardando avanti, verso quali frontiere si sta muovendo la ricerca e qual è il suo più grande obiettivo professionale?
R: La ricerca si sta muovendo sia verso una migliore definizione delle sequenze terapeutiche, sia verso gli anticorpi farmacoconiugati, che rappresentano una delle nuove frontiere più promettenti in oncologia. Ma se devo guardare al futuro e al mio sogno come medico, io dico sempre che vorrei andare in pensione sapendo che le pazienti con predisposizione genetica ai tumori ginecologici, come le mutazioni BRCA o la sindrome di Lynch, non si ammalano più. Se riusciamo a fare prevenzione primaria o chirurgia profilattica per azzerare i casi ereditari, potrò dire di aver fatto davvero la mia parte.
