Una nuova era nel trattamento del tumore della vescica: farmaci mirati raddoppiano la sopravvivenza e promettono di sostituire la chirurgia demolitiva (Roberto Iacovelli)

Una nuova era nel trattamento del tumore della vescica: farmaci mirati raddoppiano la sopravvivenza e promettono di sostituire la chirurgia demolitiva

Una recente escursione in alta montagna sul Gran Sasso, condivisa con un gruppo di amici storici tra la fatica della salita, tanta spensieratezza e l’immancabile scottatura fuori programma per aver dimenticato di applicare la protezione solare. È con questa immagine viva e spontanea che Roberto Iacovelli, oncologo medico del Policlinico Gemelli di Roma e professore associato all’Università Cattolica, racconta come ama staccare la spina dai ritmi incalzanti della corsia ospedaliera. Padre di due bambini di 9 e 6 anni con cui vive la movimentata quotidianità familiare, Iacovelli incarna perfettamente una medicina di nuova generazione: rigorosa nei trial clinici ma fortemente orientata all’ascolto, all’empatia e alla crescita delle giovani leve. Negli ultimi anni il suo gruppo sulle patologie genitourinarie è triplicato, trasformandosi in un punto di attrattiva anche per specializzandi giunti dall’estero. Dietro il suo impegno scientifico si cela una scelta di vita chiara: mettere l’innovazione della ricerca al servizio della qualità di vita delle persone, con l’obiettivo di trasformare radicalmente la cura dei tumori.

D: Professor Iacovelli, negli ultimi due anni la sua attività al Gemelli e in università ha visto evoluzioni importanti. Ci sono novità significative nella sua squadra di lavoro?
R: Sì, c’è stata una crescita bellissima di cui siamo davvero orgogliosi: il nostro gruppo di ricerca e clinica sulle patologie genitourinarie si è triplicato. Fino a due anni fa eravamo soltanto in due a occuparci di questo specifico settore, mentre oggi siamo una squadra affiatata composta da sei persone. La cosa straordinaria è che il centro è diventato un forte polo d’attrazione: sono arrivati a frequentare da noi non solo giovani medici provenienti da diverse scuole di specializzazione italiane, ma anche colleghi dall’estero, come uno specializzando giunto dalla Spagna per fare un’esperienza formativa sul nostro gruppo di patologie. Per noi è un segnale fantastico di vitalità, di grande interesse scientifico e di riconoscimento del lavoro quotidiano che svolgiamo con passione al Gemelli.

D: Tra il lavoro in ospedale, la docenza e gli impegni con i suoi bambini, come ricarica le energie nel tempo libero?
R: Mi piace molto stare all’aria aperta per scaricare lo stress accumulato in reparto. Negli ultimi due anni mi sono appassionato all’escursionismo e alla montagna in generale, che trovo una dimensione rigenerante. La salita sul Gran Sasso della scorsa settimana con i miei amici è stata una bellissima prova di amicizia e di condivisione, ideale per staccare del tutto la spina. E poi ci sono i miei figli: la gestione della famiglia è sempre dinamica ed energica, ma stare con loro e vederli crescere rappresenta in assoluto la ricarica più bella per rientrare ogni giorno in corsia con entusiasmo e serenità.

D: Entrando nel merito della sua attività clinica, quali sono i progressi scientifici più straordinari a cui stiamo assistendo in questo momento?
R: La trasformazione più profonda sta avvenendo nel tumore della vescica. Per lunghissimo tempo questa patologia è rimasta in una sorta di stasi, con un’assenza quasi totale di novità terapeutiche e una prognosi purtroppo molto severa. Nel giro di brevissimo tempo siamo passati a una vera e propria rivoluzione: grazie ai nuovi trattamenti l’aspettativa di vita per i pazienti con malattia metastatica è più che raddoppiata. Questo progresso straordinario è guidato dall’avvento degli anticorpi farmaco-coniugati (ADC) abbinati all’immunoterapia. Gli ADC sono farmaci “intelligenti” che funzionano come sofisticati cavalli di Troia: riconoscono una specifica proteina espressa sulla cellula tumorale, vi si agganciano ed entrano al suo interno per rilasciare in modo mirato la carica chemioterapica, risparmiando i tessuti sani.

D: Quali sono i benefici concreti e immediati per la quotidianità dei pazienti trattati con questi nuovi schemi?
R: L’impatto sulla vita dei pazienti è enorme, sia sotto il profilo clinico che emotivo. Oltre al raddoppio della sopravvivenza nelle fasi avanzate, la novità più entusiasmante riguarda l’impiego di queste combinazioni prima della chirurgia, in fase neoadiuvante. Abbiamo visto che l’uso precoce di questi farmaci fa sparire completamente il tumore in oltre il 50% dei pazienti. Ottenere una risposta così profonda e rapida trasforma completamente la prospettiva con cui la persona affronta la malattia, restituendo fiducia e riducendo significativamente l’ansia legata al percorso di cura.

D: Guardando avanti, verso quali frontiere si sta muovendo la ricerca e qual è il suo più grande obiettivo professionale?
R: La frontiera più grande verso cui ci stiamo muovendo è la conservazione dell’organo. Attualmente, l’intervento chirurgico standard per i tumori localmente avanzati è la cistectomia radicale: un’operazione demolitiva, complessa e non priva di rischi, che comporta l’asportazione della vescica e la necessità di applicare il “sacchetto” o stomia esterna. Per un paziente, l’impatto psicologico, funzionale e sociale di questa procedura è spesso devastante, talvolta vissuto con maggiore timore rispetto alla diagnosi stessa. Oggi sono in corso due importanti studi clinici per verificare se, grazie alla completa scomparsa della malattia ottenuta con i nuovi farmaci ADC e l’immunoterapia, in futuro si possa evitare l’intervento demolitivo. Poter eradicare il tumore e permettere ai pazienti di conservare la propria vescica è la nostra sfida più importante, ed è un traguardo che contiamo di raggiungere in tempi brevi.