Tumore del colon-retto: la medicina di precisione e le nuove terapie target ridisegnano le prospettive dei pazienti (Alberto Puccini)

Tumore del colon-retto: la medicina di precisione e le nuove terapie target ridisegnano le prospettive dei pazienti

Dalle sinfonie di Mozart ai successi pop di Taylor Swift. La playlist di Alberto Puccini non ha confini, proprio come la sua curiosità scientifica e umana. Prima delle corsie d’ospedale ci sono stati gli anni di studio al Conservatorio e un diploma in pianoforte. Oggi il trentacinquenne genovese guida la ricerca e la clinica sui tumori gastrointestinali all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, sotto la responsabilità dei professori Armando Santoro e Paolo Bossi, rappresentando il volto fresco e dinamico di una medicina innovativa. Un percorso iniziato quasi per caso tra i banchi dell’Università di Genova sotto la guida del suo mentore Prof. Alberto Sobrero, proseguito nei laboratori di ricerca traslazionale a Los Angeles a soli 26 anni e arricchito da un’intensa parentesi in un ospedale rurale in Etiopia. Tra una corsa al mattino presto, una camminata in montagna e i ritmi incalzanti della corsia, Puccini ci racconta come la medicina di precisione stia trasformando la cura dei tumori e perché il traguardo più importante rimanga la capacità di fare squadra e ascoltare il paziente.

D: Dottor Puccini, la sua traiettoria professionale in oncologia è costellata di successi fin da giovanissimo. Come è nata la sua passione per la medicina e per l’oncologia?
R: Ho sempre detto di voler fare il medico fin da bambino, a 5 o 6 anni, pur non avendo alcun esempio simile in famiglia. Dopo il liceo ho provato solo il test di Medicina a Genova, senza alternative. Al terzo anno di università ho colto l’opportunità di iscrivermi a un corso parallelo di perfezionamento alla ricerca appena inaugurato. Avevo da poco dato l’esame di Patologia generale e mi affascinava il mondo dell’oncologia: scelsi quel topic e la fortuna volle che venissi affidato al professor Alberto Sobrero, luminare dell’oncologia gastrointestinale, che è diventato il mio mentore per dieci anni. La vera passione è nata in corsia e negli ambulatori: pur nella difficoltà dell’ambiente, ho scoperto un rapporto medico-paziente unico, capace di regalare emozioni e un arricchimento umano straordinari.

D: Oltre alla corsia, la sua carriera si è distinta per una forte impronta internazionale. Quanto hanno inciso le sue esperienze all’estero?
R: Tantissimo. Avendo iniziato presto la ricerca e frequentato assiduamente il reparto già da studente, ho potuto bruciare le tappe. Nell’anno tra la laurea e la specializzazione sono partito a 26 anni per i laboratori del professor Heinz-Josef Lenz a Los Angeles, un anno cruciale dedicato alla ricerca traslazionale che tuttora caratterizza il mio lavoro. Successivamente sono rientrato a Genova per la specializzazione con il professor Sobrero, decidendo di valorizzare l’eccellenza che avevo a casa e mantenendo attive le collaborazioni internazionali. Durante la specialità ho svolto anche sei mesi in un ospedale rurale in Etiopia nel Pronto soccorso e in Medicina interna, un’esperienza di vita intensa che mi ha dato una forte prospettiva umana. Infine, a inizio 2023 mi sono trasferito in Humanitas a Rozzano, sotto la guida del Prof. Armando Santoro, per sviluppare il gruppo dedicato alle patologie gastrointestinali (colonretto e gastroesofagea).

D: Passando all’ambito clinico e scientifico, quali sono i progressi più significativi a cui assistiamo oggi nel trattamento del tumore del colon-retto?
R: Siamo in una fase di straordinaria evoluzione guidata dalla medicina di precisione e dalla caratterizzazione molecolare. La scelta della prima linea terapeutica è diventata sempre più personalizzata in base al profilo molecolare del paziente, con un accesso precoce a trial clinici innovativi. Tra gli avanzamenti più dirompenti dell’ultimo anno spicca la combinazione di encorafenib e cetuximab associata alla chemioterapia in prima linea per i pazienti con mutazione BRAF V600E, uno scenario che in passato presentava una prognosi particolarmente complessa e che oggi vede miglioramenti netti in termini di sopravvivenza e qualità di vita. Registriamo inoltre grandi passi avanti nell’integrazione tra terapie sistemiche e trattamenti locoregionali o chirurgici, incluse le nuove prospettive aperte dal trapianto epatico per le metastasi non resecabili e l’uso dell’immunoterapia neoadiuvante nei tumori con instabilità del microsatellite.

D: Guardando al futuro e alle sue passioni personali, come concilia i ritmi della professione con i suoi interessi e qual è il suo sogno nel cassetto?
R: Nel tempo libero ascolto ogni tipo di musica, corro e amo fare trekking in montagna per ricaricarmi. Il mio lavoro richiede ritmi intensi, ma rimane il più bello del mondo. Il mio grande sogno non è semplicemente una scoperta isolata, ma la creazione di una vera e propria scuola e di un gruppo di lavoro strutturato che metta al centro il “prendersi cura” del paziente nella sua totalità. Formare giovani medici capaci di coniugare l’eccellenza scientifica con una profonda attenzione umana è la squadra che può fare concretamente la differenza nella vita delle persone.